Mr. Mercedes - CineFatti

Il virus di Mr. Mercedes corre alla tv

Mr. Mercedes guida piano. Ma va lontano?

Fedeltà, tradimento e Stephen King: ne abbiamo già parlato (qui). Quando l’industria del cinema e della tv s’incarica di trasporre le opere del Re il peso della responsabilità è più forte che in altri casi; lo sa bene il cast della Torre Nera e un po’ anche quello di The Mist. Forse lo sapeva pure David E. Kelley quando ha deciso di trasformare Mr. Mercedes in una serie tv per il network Audience.

All’epoca del nostro primo articolo sull’argomento la corsa di Brady Hartsfield (Harry Treadaway) era ferma a metà strada. Ferma in senso stretto e figurato, dato che la regia di Jack Bender, a scanso della sua lunga e illustre carriera nel settore, sembrava aver optato per la strategia del non osare, sulla base di una scrittura bloccata negli schemi dei classici del genere.

D’altra parte – e chi non è d’accordo con me si faccia pure avanti – il poco riuscito hard-boiled Mr. Mercedes non dava molte chance agli sceneggiatori: il Re è sempre il Re, ma questo non lo esenta dagli scivoloni. E dal trovarsi non esattamente a proprio agio nelle griglie narrative e fra i personaggi tipici del thriller poliziesco.

Stephen King says yes

Un classico testa a testa

Il rischio di una visione che porta all’estremo la dicotomia fra Bene e Male, molto kinghiana e al tempo stesso ricca di sfumature che diverse trasposizioni hanno del tutto rinunciato a restituire, era perciò forte, quasi impossibile da evitare.

Vero è che la figura di Bill Hodges (un Brendan Gleeson non al massimo della forma ma sempre di gran carisma) fa molto di più del classico detective/eroe irreprensibile-nonostante-tutto, però c’è da dire che il suo mito ha subito già molti anni fa un ampio sdoganamento. Soprattutto in tv.

Quindi sì, se esiste un difetto in Mr. Mercedes sta nel suo partire da presupposti datati e da una penna che, nel momento in cui è chiamata ad approfondire e cesellare i personaggi della storia, si limita a imitare la fonte d’ispirazione e a scavare soltanto (o meglio) nell’universo maligno dell’antagonista, destinando al protagonista buono e dannato il premio di consolazione del cliché, dall’alcolismo al disastro famigliare.

La giusta estensione: prendersi tempo per ingranare la marcia

Bender plana con lentezza sull’inseguimento fra il gatto Hodges e il topo Hartsfield. La parola d’ordine è indugiare: sui primi piani, i dettagli macabri e morbosi, i momenti di silenzio. Ma un effetto positivo della sua impostazione c’è ed è quello di insinuare nei primi episodi una corrente elettrica sotterranea e violenta, di farli fluttuare in un ambiente viscido, nella giusta combinazione di oscurità e sporcizia.

Il Brady Hartsfield di Treadaway, inizialmente troppo caricato ma poi riequilibrato e svuotato sul finire della serie, viene rappresentato senza sconti, dall’attacco topico alla fiera del lavoro fino, soprattutto, all’inferno domestico nel quale vive ed è cresciuto sotto la sudicia ala della madre (brava, tanto da essere fastidiosa, l’interprete Kelly Lynch).

In parallelo e con lo stesso ritmo emerge l’anima melodrammatica di Mr. Mercedes, le sue note pastello destinate ad affogare nel grigiore della follia e nel rosso del sangue. La storia d’amore fra Bill e Janey (Mary-Louise Parker) ritorna sullo schermo intrisa di sincerità e tenerezza e con il coronamento dell’episodio Willow Lake, vero guizzo emotivo e creativo dello show.

Una canzone per Brady

Ma alla fine, proprio come accade con il libro, di Mr. Mercedes resterà anche e soprattutto il ritratto di un mostro qualunque. Di quelli che salutavano e sorridevano sempre nonostante il mucchio di cadaveri e i quintali di tritolo nascosti nello scantinato.

Il talento di Mr. King nel raccontarli si fa sentire quel tanto che basta per rendere la produzione Audience un adattamento quantomeno dignitoso e, volendo, perfino valido. Di certo non una serie con la quale drogarsi, ma piacevole da guardare e da ricordare.

Che fa compagnia e ha pure una colonna sonora che più kinghiana non si può, Ramones compresi.

Francesca Fichera

 

 

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