Luca - CineFatti

Luca era bi

Letture diverse e dove accettarle

Chiamatemi arido, ma Luca ai miei occhi è l’ennesimo passabile film della Pixar Animation Studios. Oggi è un’azienda qualunque, la percepiamo titanica perché conserviamo la memoria di quando in lontananza sembrava immensa. Adesso possiamo riconoscere che si tratta solo di un’illusione ottica a cui non dobbiamo più credere. Oppure sì? Ecco, leggendomi considerate queste parole: chi scrive considera l’intera produzione post-Toy Story 3 un ritratto sbiadito dei geni Pixar. Ho adorato Inside Out e Coco mi ha straziato, entrambi però apparivano meno spontanei dei suoi predecessori.

Si percepisce la presenza di un calcolo alle spalle, focalizzato su un singolo strumento narrativo, mentre in precedenza l’espressione tipica della Pixar era la variegata rivoluzione degli stilemi dell’animazione hollywoodiana classica. Con gli anni e la direzione della Walt Disney Company, vediamo come adesso sia un costante aggrapparsi al potere catartico della morte. Una lezione comunque pazzesca, se consideriamo i temi dominanti nel “genere tecnico” di matrice statunitense, ma pur sempre ripetitivo dopo oltre un decennio dal film che sdoganò la nera signora con la grazia d’un angelo: Up.

#pixar from ♫ remember me ♫

Quanti film sono in effetti divenuti un’icona romantica, pur raccontando la solitudine dopo l’amore? Ecco, è proprio questo brandello entrato nell’immaginario popolare che Luca si incastra alla perfezione. Non per qualità, né per volontà della Disney Pixar: Luca di Enrico Casarosa è divenuto nel tempo di un rintocco di una campana un simbolo per la comunità queer. La mia opinione da persona che non vive nulla di tutto ciò mi porta a dire che di queer in Luca non c’è assolutamente nulla, è solo la storia di due amici. Però sono disposto ad accettare che una storia di solitudine diventi un simbolo del romanticismo.

Strana questa società, aprendosi riesce a mostrarti gli angoli bui della tua stessa mente. Credi non ti appartengano, eppure sono lì pronti a urlare fieramente d’essere ammirati: sia riconosciuto il passato che ci ha plasmati, anche contro la nostra volontà. Sono le scarpe che ci hanno fatto indossare. Il mio primo moto ai post in cui Luca è stato indicato come un film sulla bisessualità è stato di fastidio, non per il tema in sé che ritengo parte di questo mondo, ma perché quella storia non è ciò che si dice sia. Amo usare CineFatti per esprimere ad alta voce quelle che sono le reti in cui talvolta mi trovo imbrigliato.

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Sarà che riflettere su ogni singola parola e conseguenza dei pensieri è diventata un’abitudine talmente costante da esserne diventato morbosamente dipendente. Credo sia l’unica arma per negare alle mie opinioni il diritto di arrogarsi il monopolio sulla definizione di me che ho costruito e sto costruendo, come ognuno di noi farà sino all’evoluzione in granchi. Una storia selvaggia può essere ciò che una persona o una comunità vede, motivo per cui se Luca trova linfa vitale in qualcosa che può elevarlo, ben venga. Può capitare un film non sia d’amare, ma da incastrare in un significato, personale o collettivo.

Fu il motivo per cui, restando in casa Pixar, decisi di non scrivere di Soul: perché Erica Bolla sul bollalmanacco gli attribuì una sua storia, dove ogni segno d’interpunzione era il respiro d’una profonda introspezione personale. Oggi potremmo dividerci in coloro che considerano Luca una piacevole storia d’amicizia – il film in sé è godibile, peccato vederlo su Disney+ – e chi il racconto di una scoperta di sé che ha scavalcato il desiderio di possedere un oggetto di lusso qual era la Vespa. Il trio Luca, Alberto e Giulia sono underdogs che sono riusciti a fare breccia in una vagonata di cuori che ne avevano bisogno.

Riconoscere di non poter captare ogni segnale non è brutto, è brutta l’arroganza.

Un pensiero su “Luca era bi

  1. Come tutte le opere d’arte, anche Luca, credo, si presta a essere interpretato a seconda della sensibilità di ognuno, per cui ben vengano le letture e le interpretazioni; bisogna però avere anche un minimo di oggettività e ammettere, a un certo punto, di cosa un film parla o non parla. Come hai scritto, in Luca non c’è traccia di alcun sottotesto LGBTQ, e il regista stesso ha smentito questa interpretazione per cui, per quanto mi riguarda, la questione non si pone; qualcuno ha visto nella figura del mostro marino che diventa umano una metafora della transessualità, ma da qui a rendere Luca una parabola sulla transessualità ce ne passa – senza contare che così potrebbero essere metafore sulla transessualità circa 3/4 delle fiabe al mondo.

    Sono d’accordo sul giudizio al film: Luca è un film carino ma niente di più, ben lontano dai fatti del passato Pixar. Proprio Inside Out credo sia il mio film Pixar preferito, è indubbiamente costruito ad arte ma senza la volontà di manipolare le tue emozioni come accaduto in molti altri film successivi; anche il momento più intenso, secondo me, ha senso che sia commovente proprio perché è il punto del film. In generale però mi sembra che la Pixar abbia accolto l’etichetta di “Studio che fa i film che fanno piangere”, per cui puoi stare sicuro che a un certo punto ti metteranno qualcosa solo per spremerti qualche lacrimuccia, con la conseguenza, giustamente, di non avere più spontaneità.

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