Coco - CineFatti

Coco (Lee Unkrich, 2017)

Tutti i colori di Coco.

In un panorama cinematografico d’animazione caratterizzato da un susseguirsi di prequel e sequel  più o meno riusciti (dagli ottimi Alla ricerca di Dory e Cars 3 allo stiracchiato Cattivissimo Me 3) e annunciati (Gli incredibili) un’idea originale rappresenta una boccata di ossigeno e una spruzzata di colore.

È il caso di Coco, sugli schermi italiani dal 28 dicembre, fuori dalla corsa agli incassi dei giorni di Natale che è invece rimasta appannaggio del tenero toro Ferdinando. Almeno fino all’arrivo dirompente del dodicenne aspirante mariachi Miguel, adorabile protagonista del lungometraggio Pixar.

Il potere di un’idea

Il tema centrale del film è quello del Dia de Los Muertos, il 2 novembre, la festa popolare messicana dedicata al culto precolombiano dei defunti. Non proprio una novità se pensiamo a The Book Of life (2015) di Jorge R. Gutierrez, il film di animazione prodotto da Guillermo Del Toro che pone al centro del racconto proprio la caratteristica celebrazione messicana e una bella fanciulla contesa da due amici, uno dei quali – ed ecco l’altra somiglianza con Coco – talentuoso aspirante musicista.

Nel film Pixar, la cui idea nasce in Lee Unkrich subito dopo l’uscita di Toy Story 3, rimane la passione del protagonista per la musica e il riferimento alla tradizione del Giorno dei morti, ma tutto il resto prende il volo. Del resto siamo in casa Pixar e sia i mezzi che le idee sono enormi.

Grazie al contributo del  co-regista e co-sceneggiatore di origini messicane Adrian Molina, Unkrich riesce a restituirci tutta la luce, la vitalità e il folklore del Dia de Los Muertos accompagnando Miguel e il suo randagio Dante in un mondo dei trapassati che è meno tetro e spaventoso di come potremmo immaginare, perché come già ne La sposa cadavere (Tim Burton colpisce ancora) è un diluvio di colori, musica, risate.

Un mondo che si sviluppa in verticale e che per un giorno all’anno lascia uscire i suoi abitanti, a patto che qualcuno nel mondo dei vivi si ricordi di esporre una loro fotografia. Nessuno però sembra ricordarsi di Hèctor (doppiato nella versione originale da Gael García Bernal) un simpatico scheletro con la passione per il travestimento, prossimo al passaggio alla fase successiva: il dissolvimento e l’oblio più totale. Provvidenziale l’incontro con il piccolo Miguel, intrappolato per un sortilegio nel regno dei morti e in fuga dalla sua famiglia di scheletri antenati.

Formazione, ribellione, emozione

Coco è una deliziosa anche se un po’ prevedibile storia di formazione e ribellione che pur sfruttando meccanismi narrativi piuttosto semplici regala emozioni grazie alla capacità di parlare con toni leggeri di temi importanti come la necessità della memoria.

Senza tralasciare la forte impronta femminista – un po’ il marchio delle ultime produzioni Disney – data al racconto dalla presenza di donne forti e volitive, dalla trisavola Imelda Rivera a nonna Coco, che non si piegano agli eventi e che quando l’uomo di casa imbraccia la chitarra e se ne va per portare la sua musica nel mondo e infrangere cuori, non restano a disperarsi sull’uscio di casa ma risorgono rimettendo in moto la loro vita e quella di coloro che le circondano.

Contribuiscono alla magia della messa in scena le luci sfavillanti e i colori caldi e accesi, così come le musiche di Michael Giacchino, il sorriso dolce e sdentato di nonna Coco e quello furbo con la fossetta di Miguel,  dodicenne dalla strada già tracciata – come Merida, altra giovanissima eroina Pixar in vena di ribellione – in cerca di un’occasione per esprimersi e brillare.

Francesca Paciulli

Voto: 3/5

4 pensieri su “Coco (Lee Unkrich, 2017)

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