Lady Bird - CineFatti

Lady Bird (Greta Gerwig, 2017)

Che cosa c’è nel nome di Lady Bird?

In fin dei conti la comedy/drama di Greta Gerwig, da non confondersi con una delle più riuscite tragedie di Ken Loach (che però ripete il nome due volte), sembra quasi rispondere alla celebre domanda shakespeariana. Ovviamente a modo proprio.

Perché se cambiare nome non avrebbe intaccato né il colore né il profumo della rosa di cui parlava Giulietta, per Lady Bird significa un totale quanto impercettibile passaggio di stato. Vuol dire crescere.

Una conseguenza, certo: se Lady Bird (Saoirse Ronanmuore per ridiventare Christine McPherson, l’eccentrica adolescente intrappolata in un istituto cattolico da una madre con l’ossessione per il bilancio famigliare, è attraverso una serie di piccoli grandi mutamenti. Eventi affatto originali che circondano una ragazza presentata e descritta come l’eccezionalità fatta persona.

L’eccezione che conferma i luoghi comuni

Al di fuori della Ronan (brava, ma davvero a tal punto da meritare un Golden Globe?) e della convincente versione di mamma un po’ sui generis di Laurie Metcalf, tutti i personaggi del film sceneggiato e diretto dalla Gerwig si ergono sullo sfondo del luminoso (e spregiativo) ritratto di Sacramento come sagome di cartone.

L’amica tradita (intensa e spontanea Beanie Feldstein) e poi riconquistata, il ragazzo modello in conflitto con se stesso (Lucas Hedges), la figa della scuola e il suo amico bello e dannato (Timothée Chalamet) dal fascino straniero: tanti, sempre gli stessi, più brillanti nell’interpretazione che nella scrittura che li ha fatti.

Per ironizzare sui drammi della vita adolescenziale di provincia alla Gerwig è parso sufficiente mettere un paio di Goth sociopatici al supermercato e un pacchetto di ostie sconsacrate al posto delle patatine fra una confidenza sessuale e l’altra.

 

Lady Bird 1

 

Ma c’è il colpo di scena

Questa maniera d’intendere il cinema e, in generale, l’arte del narrare può facilmente non corrispondere alla vostra tazza di tè – alla mia no di sicuro – o per contro ringalluzzirvi a più non posso. In realtà sul fondo di Lady Bird, al termine del suo racconto nutrito di stereotipi in armonia con un’impostazione registica cui bisogna riconoscere quanto meno il merito del ritmo, si trova qualcosa capace di mettere d’accordo più o meno tutti.

È il finale la vera chicca della storia assolutamente ordinaria di Christine McPherson, poiché individua il punto in cui, per caso ma anche per una precisa causa, diventa chiara la natura del mutamento. Allora Lady Bird sembra quasi rifarsi ai versi di Bruno Tognolini: non cambio in qualcos’altro ma in me stesso.

Ed è uno scatto, un cambio di luce e di atmosfera, che finalmente guarda dall’alto gli omini di cartone, le amabili canzoni di Dave Matthews e i battibecchi che non sanno di niente.

Francesca Fichera

Voto: 2.5/5

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