Far East Film Festival 22 - Cinefatti

Ricomincio da FEFF

La gloriosa edizione pandemica del FEFF

Il Far East Film Festival di Udine e cinefatti hanno una lunga storia d’amore: fu Francesca la prima ad andarci nove anni fa, poi toccò a entrambi l’anno successivo e ci tornammo ancora, chiedendoci ogni 365 giorni se saremmo riusciti a riabbracciare il Teatro Nuovo Giovanni da Udine. È il nostro festival preferito perché al FEFF si trova ogni singola sfumatura dell’industria cinematografica: l’estremo oriente è rappresentato praticamente per intero.

Chi manca è lo slow cinema, di pertinenza dei big sulla croisette e sulle sponde del lido, il resto c’è. Quest’anno sono, credo, gli unici al mondo a essere riusciti a trasferire un festival online al 100%: la bellezza di 38 film in concorso, retrospettiva su Hirobumi Watanabe con quattro film, la proiezione di tre restauri e un documentario presentato fuori concorso. In più dirette con gli autori, la rubrica di cucina MasterFEFF e via discorrendo.

Lo svantaggio è certamente quello di doverlo inserire all’interno di una cornice extra-festivaliera: uno smart festival esclude le ferie dal lavoro e dunque si vedono meno film e l’esperienza è vissuta diversamente. Avrò forse intenzione di lamentarmi? Col cavolo. È stato fantastico e intervallare il lavoro con le proiezioni online, scambiare quattro parole in chat con gli altri fareaster, diamine se mi mancherà da impazzire, già sento la nostalgia.

E quindi ricomincio da FEFF. Si riapre (di nuovo) CineFatti col riepilogo di questi giorni passati su MyMovies dal 26 giugno al 4 luglio scrivendo di ogni film in ordine di visione (non ho seguito il calendario messo a disposizione) e con le stelle assegnate a ciascuno finita la proiezione. Con una singola eccezione, perché ai festival coi tempi che ti vanno stretti ti concedi un peccato: interrompere la visione di un film per non togliere spazio ad altri.

Dance with Me
Shinobu Yaguchi 🇯🇵

⭐⭐⭐

Il sol levante nipponico ha inaugurato il mio 22esimo FEFF con Ayaka Miyoshi in una frizzante commedia musicale on the road senza particolari note di originalità. Poco importa perché lei è magnetica e il tocco weird portato da Akira Takarada – il co-protagonista nella saga di Godzilla – mi hanno fatto da spassosa introduzione al FEFF, insieme alle ottime coreografie di cui Miyoshi era protagonista, ragazza ipnotizzata e costretta a ballare e cantare a ogni breve accenno di musica nell’aria. Al regista di Survival Family credo vorrò sempre più bene.

Ashfall
Kim Byung-seo, Lee Hae-jun 🇰🇷

⭐⭐⭐

Sarei ipocrita a negarlo: luci spente, volume alto e doppietta Ha Jung-woo e Lee Byung-hun – troppo piccola la parte di Ma Dong-seok – sono stati uno sfizio come prima serata esclusiva lo scorso 26 giugno. Ciò non toglie che il film sia colmo di brutture: il monte Paektu nel nord della penisola coreana sta per esplodere e le sole scosse di assestamento solleticano l’ottavo grado della scala Richter. Ai coreani si presenta un futuro di devastazione, a meno che non seguano il folle piano di uno scienziato coreano-statunitense: ovvero piantare un ordigno nucleare sotto terra per scaricare la pressione del vulcano. Per farlo servirà entrare in Nord Corea a rubare una bomba, con l’aiuto della spia interpretata meravigliosamente da Lee Byung-hun. Ed è l’unico vero pregio, il resto è davvero troppo, ma per una serata al cinema non ti senti diversamente da un catastrofico con Dwayne Johnson.

I-Documentary of the Journalist
Tatsuya Mori 🇯🇵

⭐⭐

È importante distinguere il tema: Isoko Mochizuki ne esce come una giornalista degna della sua professione, con le mani affondate ben bene in numerosi scandali del Giappone, a volte così alti da toccare persino il premier Shinzo Abe. Il problema enorme è la regia di Mori,senza un’idea e una direzione: interrompe il flusso con stralci di vita personale e tratti caratteriali buttati lì alla rinfusa, salta da un’inchiesta all’altra e non tenta nemmeno di dare al documentario una valenza tecnica o artistica. Sarebbe di sicuro interessante da una prospettiva antropologica, per lo studio della prossemica di Mochizuki e soprattutto delle persone da lei indagate, ma oltre questo non va.

Exit
Lee Sang-geun 🇰🇷

⭐⭐⭐⭐

È il vincitore del premio alla miglior opera prima, assegnato da una giuria eccellente: il critico e direttore artistico Marc Adams, La Frances Hui del MoMA e Leopoldo Santovincenzo creatore di Wonderland su Rai4. Involontaria metafora pandemica se vogliamo: nella città di Daegu, uno dei principali focolai di Covid-19 in Sud Corea, una nube tossica fa strage di chiunque non sia riuscito a rifugiarsi il più in alto possibile, come Yong-nam (Jo Jung-suk) e la sua famiglia. Arrivano i soccorsi, ma non è sufficiente: lui e la sua vecchia fiamma Eui-joo (Im Yoon-ha) dovranno ricorrere al loro inusuale talento nell’alpinismo per fuggire dalla nube e scalare la città. Commedia eccellente, chiunque soffra di vertigini sarà poi senz’altro stato tremante sulla sedia tutto il tempo.

We Are Champions
Chang Jung-chi 🇹🇼

⭐⭐⭐

I due fratelli Chiang Hsiu-yu (Fandy Fan) e Tung-hao (Berant Chu) se escono dal degrado sociale in cui sono intrappolati è solo grazie al basket. Dopo essersi esibiti per strada per racimolare un po’ di soldi vengono separati per entrare uno nella miglior squadra liceale del paese, l’altro in una scuola povera dove faticherà il doppio per farsi valere. Morale della favola: arriverà la finale, l’uno contro l’altro e ogni passo del classico film sportivo sarà rispettato. Ha incontrato le mie aspettative da fan degli sportivi dedicati al basket, il più dinamico e cinematografico per quanto mi riguarda. Chang Jung-chi potrebbe benissimo rientrare in un double bill sul basket insieme a Coach Carter per il modo in cui affronta tematiche sociali e dedica attenzione alle partite. La finale tiene inchiodati.

Gundala
Joko Anwar 🇮🇩

⭐⭐⭐

Seguendo il consiglio di Asian Feast mi sono fiondato sul cinecomic indonesiano senza esitare: ne sono uscito non troppo soddisfatto, Gundala è un film di supereroi molto convenzionale. Chi è appassionato del genere troverà tanto da amare e se c’è un elemento da mettere in risalto è la coreografia dei combattimenti: si sente che siamo in Asia, dove sanno come metterli in scena. È tratto da una serie a fumetti locale iniziata nel 1969, col protagonista dotato di una forza sovrumana datagli dal potere dei fulmini, ideale per sconfiggere il piano malefico di una casta criminale. Chiaramente il primo di una saga, il finale è apertissimo. Peccato il vuoto cosmico di Abimana Aryasatya.

Vertigo
Jeon Gye-soo 🇰🇷

⭐⭐⭐⭐

Se al FEFF fossero assegnati anche premi alla recitazione secondo me Chun Woo-hee avrebbe vinto. L’interpretazione della sua fragile Seo-young induce anche gli spettatori a tremare per le vertigini di cui soffre questa impiegata in una importante compagnia: è un problema però quando hai paura dell’altezza e lavori in un grattacielo stracolmo di vetrate. È però il minimo, la fobia di Seo-young altro non è se non la metafora di un disagio esistenziale trascinato negli anni e sfruttato dai suoi colleghi e superiori, anche sessualmente e in taluni casi a rischio di essere imposto con violenza. La risposta arriverà grazie a un lavavetri, ma quella diretta da Jeon Gye-soo non è una storia d’amore, la controparte maschile non è il solito principe azzurro, solo una leva a cui aggrapparsi per tentare di risalire dal baratro in cui la vulnerabile Seo-young è intrappolata. Il finale è da commozione indegna.

My Prince Edward
Norris Wong 🇭🇰

⭐⭐⭐

Esordisce alla regia l’alunna della Fresh Wave hongkonghese e anche se non colpisce particolarmente con la sua rom com,Norris Wong segna qualche punto a suo favore. Fong (Stephy Tang) lavora presso un’agenzia di matrimoni situata nel quartier(in)o Prince Edward dentro Mongkok, dove il fotografo è il suo compagno Edward. Il suo principe come lo chiamano gli altri, non lei. Adesso le tocca sposarsi e pur avendo atteso quel momento sa di avere un grosso impedimento: dieci anni prima sposò un cinese per convenienza, aveva bisogno di fuggire di casa e ora deve a ogni costo divorziare. Il processo si rivela tutt’altro che semplice e in questo percorso scopre il vero amore, quello per sé stessa. Un finale azzeccato salva l’intero film e mi fa sentire a mio agio nel consigliarlo a chiunque.

I weirDO
Liao Ming-yi 🇹🇼

⭐⭐

La mossa geniale del FEFF fu usare la commedia di Liao Ming-yi come copertina: Austin Lin soffre di un disturbo ossessivo compulsivo su cui poggia una grave misofobia; Nikki Hsieh è invece misofobica e profondamente allergica alle sostanze presenti all’esterno del suo appartamento. Motivo per cui entrambi vagano per la città bardati come se stessero vivendo una pandemia (immagine perfetta per promuovere il FEFF in piena quarantena). Si incontrano, si innamorano e di botto il film cambierà registro. A una prima ora semplicemente perfetta fa da netto contraltare un cambio totale di rotta improvvisamente cinico, estremamente banale nel descrivere alcune dinamiche delle relazioni sentimentali. Una sorpresa purtroppo in negativo per me, ma è piaciuto talmente tanto da aggiudicarsi il terzo posto e anche il premio MyMovies. Francamente, lo sconsiglio senza se e senza ma.

#Handballstrive
Daigo Matsui 🇯🇵

⭐⭐

È una breve e semplice lezione sui social media: vuoi avere successo su instagram? Mentire è insufficiente, può funzionare un paio di volte: dopo sei costretto per davvero a diventare un pallavolista e a giocare per la tua sgangherata squadra del liceo. Premessa sfiziosa, eseguita con scarso controllo dei tempi comici e un obiettivo drammatico senza interessanti sviluppi sociali o aspre critiche da abbracciare. Sì, perché il protagonista col pallino per i big like su instagram vive nelle abitazioni temporanee piazzate attorno all’area terremotata, ma è evidente che se c’è qualcosa in più da trarre dalla commedia di Daigo Matsui devi essere ben informato sulla faccenda.

The Captain
Andrew Lau 🇭🇰

Cinema jingoista allo stato puro. È la critica principale mossa a qualsiasi blockbuster cinese, ed è odiosa. A volte si devono mandar giù film portatori di una politica antipatica – come American Sniper – perché come opere cinematografiche in sé, non hanno particolari difetti. Andrew Lau non figurerà tra loro: the Captain usa Zhang Hanyu come ariete insieme alla storia vera del volo 8633 della Sichuan Airlines a rischio catastrofe, per promuovere qualsiasi forza civile o armata della mitica PRC. A un certo punto non si capisce perché per correre in soccorso all’aereo arrivano pure gli SWAT armati di mitragliatore. Un pastrocchio che starebbe bene se durasse 180 secondi e fosse trasmesso in televisione per il reclutamento nell’aviazione civile.

The Closet
Kim Kwang-bin 🇰🇷

⭐⭐

Mi si spezza il cuore a vedere Ha Jung-woo prendere parte a film immeritevoli del suo talento. È dai tempi di the Handmaiden che non lo si vede riabbracciare i suoi antichi fasti – e chissà se ci tornerà mai, visto lo scandalo esploso a febbraio circa il suo presunto uso di droghe pesanti – e the Closet è l’ennesimo passo indietro nella sua carriera. Horror iper-convenzionale con finale commovente, sì, ma sviluppo identico a un Insidious qualunque. Nella fretta di diventarlo ignora persino il rapporto fra i personaggi: un padre desideroso di vedere la figlia superare il trauma della madre defunta non perde più di due secondi ad abbandonarla alla prima baby sitter che incontra, senza nemmeno preoccuparsi di referenze o chissà cos’altro. Salvo l’esorcista tecnologico Kim Nam-gil, personaggio simpatico, ma anche lui preso pari pari da Insidious, visto che racchiude in sé il team di Lin Shaye in uno.

Crazy Romance
Kim Han-kyul 🇰🇷

⭐⭐⭐

Ah le rom-com d’Oriente, iper-patinate e stracolme di lucine accese appese un po’ dovunque. Ormai nulla è lasciato al caso nelle commedie romantiche coreane o cinesi: le fanno con lo stampino e io le adoro lo stesso. Fa eccezione alla prima affermazione questo Crazy Romance dal titolo fuorviante: l’unica follia è quella delle etichette appioppate addosso alle persone, basandosi su dicerie e voci di corridoio spalmate sui due protagonisti Kim Rae-won e Kong Hyo-gin. Purtroppo resta l’unica nota non convenzionale della trama del film di Kim Han-kyul, ma è quanto basta per appassionarsi. Post scriptum: Kim Rae-won oltre a essere un bisteccone non ha proprio nulla da offrire.

Edward
Thop Nazareno 🇵🇭

⭐⭐⭐⭐

Impressionante lezione di cinema per il sociale dalle Filippine. Edward (Louise Abuel) è povero, solo col padre malato, ricoverato in una struttura fatiscente e inadeguata alle necessità della popolazione: dorme letteralmente su un foglio di cartone sotto il letto del padre e vaga senza nemmeno potersi lavare per l’ospedale. È interamente lì la sua vita, il suo migliore amico e persino la sua prima cotta (Ella Cruz). Purtroppo fra quelle mura scoprirà anche le dure sorprese riservate dall’esistenza su questa terra, la dignità della morte e il significato del rispetto. Il tutto in pochi giorni, divertenti all’inizio e strazianti sul finale. Qualche premio Thop Nazareno l’avrebbe meritato.

An Insignificant Affair (Dong Bowen)
Ning Yuanyuan 🇨🇳

⭐⭐⭐⭐⭐

Quest’anno il gelso d’oro per me doveva andare alla Cina, punto. An Insignificant Affair sino alla visione di Better Days è stato il mio favorito: esordio di un enfant prodige (posso dirlo o si offende Dolan?) di soli 22 anni dal nome Ning Yuanyuan, anche co-protagonista, insieme a Dong Bowen, di una tenerissima storia d’amore proibita fra due adolescenti. Proibita perché in Cina lo zaolian “amore precoce” (early love rende meglio) è una pratica combattuta con le unghie e con i denti: se i ragazzi a scuola pensassero alle relazioni sentimentali vedrebbero i loro voti crollare, la stabilità cesserebbe di esistere e la ribellione tipica dell’adolescenza potrebbe minare il sistema. Ning Yuanyuan scrive con la delicatezza e la passionale ingenuità di chi ha vissuto da poco queste esperienze. Trasmette la tenerezza dei due ragazzi impegnati a scoprire il loro amore prima ancora di averlo riconosciuto, perché costretti dalla scuola troppo spaventata da questa storia e solo perché i due ragazzi si sono casualmente sfiorati le mani. La dolcezza è tanta e i due protagonisti sono fenomenali, Dong Bowen in particolare ha un carisma impressionante. Lui sarebbe stato il mio ideale vincitore di un premio al miglior attore (mi spiace, Lee Byung-hun).

Chasing Dream
Johnnie To 🇭🇰 🇨🇳

💫

Avevo detto di aver infranto la regola d’oro: a 40 minuti nel film di Johnnie To ho chiuso la finestra e sono passato ad altro. È stato doloroso vedere un pastrocchio portare il logo della Milkyway Image, ma tant’è e non lo penso perché il “mio” Johnnie To è autore solo di grandi thriller e gangster movie, no, ho adorato le sue commedie Don’t Go Breaking My Heart e persino Romancing in Thin Air è tollerabile, per non parlare del bistrattato musical Office. No, Chasing Dream mi ha innervosito per le interpretazioni strillate, il concatenarsi di eventi uno sull’altro senza la benché minima giustificazione né senso logico. Ancora non mi spiego perché… no. Niente sproloquio, il film non l’ho finito di vedere e dunque non proseguo. Ho evitato di dargli un voto proprio per questo, lo finirò quando arriverà in Italia e magari per allora cambierò idea. Adesso sarebbe stato un peccato togliere spazio ad altri.

Lucky Chan-sil
Kim Cho-hee 🇰🇷

⭐⭐⭐⭐

Hong Sang-soo vibe potenti nel film di Kim Cho-hee. La produttrice Lee Chan-sil (Kang Mal-geum) a inizio film scopre l’orrore della vedovanza, ma è una donna single e l’amore perduto è il cinema. Morto il regista Jin con cui ha sempre collaborato, si trova tagliata fuori dal mondo del cinema e senza una vita all’esterno se non il tempo eccessivo di accorgersi quanto sia orrenda la vita senza lavorare nei film. Hai persino la sfortuna di incontrare fan di Nolan, tremendo (lol). Commedia soft, ispirata sì, proprio al periodo in cui Kim Cho-hee collaborò in veste di produttrice con Hong Sang-soo. Non è il primo film girato da alcuni suoi ex collaboratori a ricordare lo stile di Hong Sang-soo, quell’uomo deve essere straordinario per riuscire a lasciare un segno artistico così forte su chiunque lo avvicini.

Victim(s)
Layla Ji 🇲🇾

⭐⭐⭐⭐

Avete appena finito di vedere la quarta stagione di Tredici e avete bisogno di farvi ancora del male? Vi presento il malese Victim(s) vincitore del secondo posto al 22esimo FEFF. Un liceale ha appena ucciso un suo compagno di scuola e ferito gravemente altri due. Il movente non è chiaro e la sua evidente colpevolezza suscita la rabbia dell’opinione pubblica. A pochi minuti dal folgorante inizio Layla Ji unisce i puntini e ricostruisce gli eventi: è una faccenda lurida, bullismo, la benedetta rape culture e la repressione del proprio orientamento sessuale hanno scatenato il peggio in una scuola qualsiasi, sino a esplodere nella più totale incomprensione da parte degli adulti. È evidente dalla trama come non sia un film facile da guardare, ma ha lasciato nella mia testa un briciolo di speranza: si può capire anche quando direttamente coinvolti, vittime e involontari colpevoli. Una bella sorpresa.

Soul
Emir Ezwan 🇲🇾

⭐⭐⭐

Nessuno si aspetta mai nulla dalla Malesia, poverina, eppure a ogni FEFF mi lascia sempre un buon ricordo. Soul è uno degli horror di questa edizione e pur non essendo al livello del suo compatriota Victim(s) è un grandioso folk horror d’atmosfera. La trama in sé è sottile come quella di una fiaba, da cui prende anche delle semplici funzioni su cui ancorare una sequela di immagini ipnotizzanti. Ho adorato la regia iper-estetizzante di Emir Ezwan, con pochi mezzi a disposizione è riuscito nell’intento di imprimere sullo schermo il riflesso del terrore. Credo dovremo aspettarci grandi cose da quest’uomo se dovesse mai continuare sulla giusta strada.

Detention
John Hsu 🇹🇼

⭐⭐⭐

Alla PRC piace questo elemento: un film che racconta il periodo del terrore bianco, la dura repressione voluta dal partito nazionalista cinese insediatosi a Taiwan sotto la guida di Chiang Kai-shek. Siamo a metà di quel terribile periodo di repressione, fine anni Sessanta in un campo di addestramento militare dove un book club segreto legge libri proibiti… finché un mostro orrendo che sputa sentenze politiche non li raggiunge e uccide uno a uno. Avevo inizialmente letto il film di John Hsu avrebbe potuto benissimo vincere questa edizione, ma a essere onesto non vi vedo granché di sensazionale. È un buon horror, tutto qui, a quanto pare tratto da un videogioco.

Better Days
Derek Tsang 🇨🇳

⭐⭐⭐⭐⭐

Il meritatissimo gelso d’oro. Credo ognuno di noi dalle 21:00 del 4 luglio, quando si è conclusa la presentazione di Sabrina Baracetti, sino alle 23:15 sia stato travolto dalla bellezza di Better Days, già vincitore dell’Hong Kong Film Awards (una ventata di otto premi). Zhou Dongyu e Jackson Yee – lei locale astro nascente già con lo stesso Derek Tsang alla regia e lui frontman della boy band TFBoys – al contrario della precedente coppia formata da Ning Yuanyuan e Dong Bowan, la loro tenerezza non possono viverla perché nei sobborghi della città la vita è difficile e appartengono a mondi lontani anni luce: lui è teppista di strada e lei ragazza col pallino per la fuga.

Sono entrambi incompresi dal resto del mondo, gli adulti sono a malapena un fantasma sfocato. Per scappare lei sogna le migliori università, studiando senza interruzione per il gaokao, gli esami d’accesso all’università tenuti su scala nazionale in Cina. Questo mentre il degrado la soffoca e corre il rischio di essere uccisa da un branco di bulli da cui è stata presa di mira dopo un gesto di rispetto nei confronti di una compagna morta suicida proprio a inizio film. Il rapporto fra i due ragazzi è esplosivo, immaturo e con lo sprint del primo amore prendono decisioni difficili, se non impossibili, quando ancora incapaci di comprendere a fondo le conseguenze del delitto e del castigo.

Better Days poteva solo vincerla quest’edizione.

The Man Standing Next
Woo Min-ho 🇰🇷

⭐⭐

L’omicidio di Park Chung-hee il 26 ottobre del 1979 si sperava avrebbe portato la Corea a rivoluzionare il proprio stato in una democrazia: non fu così, fu solo una pausa prima di altre innumerevoli atrocità sotto la dittatura militare di Chun Doo-hwan. Come si arrivò però a quel 26 ottobre non si sa, quale fu la molla che fece scattare il direttore della KCIA spingendolo a premere il grilletto? Woo Min-ho prova a immaginarlo e come suo solito sopravvive sulle spalle di grandi interpreti perché lui di suo porta solo una tonnellata di mattoni da buttarti addosso. Ogni suo film è un peso sulle parti basse, diretto senza alcuna personalità e mera esecuzione di una sceneggiatura. Come gran parte dei biopic di questo mondo, solo non mi spiego perché sia tanto acclamato. La nota positiva è anche stavolta Lee Byung-hun, che a quanto pare quest’anno sarebbe stato l’ospite principale del FEFF. Penso mi sarei buttato a fare la fangirl senza pietà se fossi mai riuscito ad andarci (spoiler: non ci sarei riuscito sicuro quest’anno, sigh).

Ip Man 4: the Finale
Wilson Yip 🇭🇰

⭐⭐⭐⭐

WIlson Yip dodici anni fa inaugurò la leggenda di Ip Man e ora questa probabilmente supera persino quella di Bruce Lee nell’immaginario contemporaneo. La breve apparizione dell’icona infatti non lascia alcunché né è rappresentata con la passione di cui Donnie Yen è investito per l’ultima volta, nello scontro che tutti desideravamo da secoli: contro Scott Adkins, nei panni di un bastardo razzista ispirato al sgt. Hartmann di Full Metal Jacket. In quanto cinema d’azione voliamo davvero alto e al contrario di the Captain riesce a promuovere la cultura e la forza del popolo cinese offrendo un ottimo prodotto di intrattenimento e di aggressione culturale. Sì, perché giapponesi e statunitensi sono dipinti davvero come dei gran figli di puttana in questo film. Ma noi siamo europei, quindi che ce ne importa. È la degna chiusura di una saga e ora che ci penso ancora non ho avuto modo di vedere Master Z: the Ip Man Legacy, spin-off con Max Zhang, il miglior avversario avuto da Donnie Yen nell’intera saga. Addio, Ip Man.

Kim Ji-young: born 1982
Kim Do-young 🇰🇷

⭐⭐⭐⭐

Tratto da un bestseller locale Kim Ji-young: Born 1982 è il manifesto strillato di una giovane generazione di donne schiacciate dalla prepotenza del patriarcato. Schiacciata entro i limiti imposti al sesso femminile, Kim Ji-young è il Virgilio che non ti aspetti nella società contemporanea: attraverso lei osserviamo cosa significa essere donna in un ufficio, qualsiasi posizione tu occupi, cosa comporta avere dei figli agli occhi del prossimo e quanto persino andare nel bagno possa essere un’esperienza pericolosa. Ne scrissi nell’articolo Belief is in the Eye of the Beholder perché sul tema “credere alle donne” è un film da tenere in considerazione. Mi stupisce non abbia vinto alcunché, aveva tutti i numeri per riuscirci. Sarà l’assenza di hype sul film al di fuori dei confini coreani.

Beasts Clawing at Straws
Kim Young-hoon 🇰🇷

⭐⭐⭐⭐

Gli ultimi quattro film post-Better Days, ecco, li avevo già visti nei mesi passati e Beasts Clawing at Straws mi piacque talmente tanto che gli dedicai una di quelle recensioni che sapevo sarebbero state ignorate dal mondo perché, si sa, anche se Parasite ha avuto una “vittoria storica” non è che adesso si appassionano tutti al cinema coreano. Ma è un gran film, si è persino accaparrato una menzione d’onore come miglior esordio subito dietro Exit. Mi verrebbe da chiedere come la giuria ha potuto ignorare An Insignificant Affair, ma non voglio sottilizzare. Per non ripetermi, vi spedisco alla recensione che pubblicai a suo tempo, ribadendo l’invito a cercarlo e vederlo.

the End

Così si è concluso il FEFF tre giorni fa. Avrei voluto vedere qualche film giapponese in più, ma le recensioni e le opinioni sul comparto nipponico quest’anno sono state abbastanza lapidarie. Sono pochi infatti i film che mi dispiace non essere riuscito a vedere, fra cui il secondo in cartellone di Joko Anwar, l’horror Impetigore e il giapponese My Sweet Grappa Remedies, film ispirato proprio all’esperienza della regista Akiko Ohku a Udine quando presentò Tremble All You Want ed evidentemente si ubriacò a grappa Nonino senza alcuna pietà.

Vista la qualità degli altri due cinesi in concorso visti, mi rattrista anche l’aver perso uno dei primissimi film in calendario, Changfeng Town di Wang Jing. Il regista ha all’attivo solo un altro film risalente al 2010, ma prometteva bene e… peccato. Stesso dicasi per il terzo film presentato a tempo limitato, l’hongkonghese Suk Suk, storia d’amore fra due uomini anziani “in onda” purtroppo nel pomeriggio e dunque senza possibilità di essere recuperato. Spero in futuro sarà disponibile da qualche parte, è una storia che mi intrigava particolarmente.

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