Beasts Clawing at Straws - CineFatti

Homo homini BEASTS Clawing at Straws

La scalata agli specchi degli avidi di Kim Yong-hoon

Film come Beasts Clawing at Straws ne abbiamo visti a bizzeffe e the Witcher è l’ultimo esemplare della famiglia. Il regista arriva con quel sorriso bastardo e decide di buttare all’aria il suo bel puzzle per costringere lo spettatore a ricomporlo un poco alla volta. Maledicendo ogni santo minuto Kim Yong-hoon, il regista, appunto.

L’infame però il sistema lo ha studiato bene, gli ha dato un senso e non un finto “il montaggio è un capolavoro” come ancora oggi siamo abituati a sentire su Memento di Christopher Nolan. Né la deliberata confusione di the Witcher sembra essere protagonista, lasciando il pubblico per sei o sette ore con la bava alla bocca.

Kim Yong-hoon il suo casino infernale lo scrive innanzitutto scartando il protagonista. È Beasts e non beast il titolo, molteplici le donne e gli uomini avidi di ricchezza e/o libertà impegnati nella goffa arrampicata agli specchi, forma idiomatica che dovrebbe in qualche modo ricordare la traduzione ideale del titolo inglese.

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Jung Woo-sung

♪ Twist and Shout ♫

Comincia una commedia con Bae Sung-woo, volto da spalla “comica” e inserviente in una sauna pronto a svoltare: qualcuno ha dimenticato una borsa Louis-Vuitton piena di soldi. In città da qualche altra parte Jung Woo-sung cerca un modo per ripagare i debiti con la mafia locale guidata dal sadico Jeong Man-sik.

Debiti contratto dalla compagna Jeon Do-yeon, direttrice di un bordello, sparita nel nulla e a quanto pare coinvolta nelle violenze domestiche subite da una delle sue ragazze. Shin Yun-bin deve invece sopravvivere alle violenze quotidiane del marito e far compagnia agli uomini nei privé del karaoke…

… almeno finché il “gangster” cinese Jung Ga-ram non si innamora di lei e decide di tirarla fuori da quel guaio. Attorno a tutto questo, lo scagnozzo di Jeong Man-sik pare abbia una passione per le interiora, magari crude e non necessariamente di pesce o animale. Si accontenta che siano frattaglie, è un uomo di poche pretese.

Black, Comedy, Thriller.

In pochi secondi la commedia si colora di nero, poi subentra il viola delle ecchimosi di Shin Hyon-bin e gli abusi del marito, la costrizione a prostituirsi hanno tutto men che meno l’intenzione di far scoppiare una risata in sala. Eppure Kim Yong-hoon in questo balletto di twist e strilla improvvise non cessa mai di inscenare qualsiasi cosa con uno sguardo sornione. È sempre lì, sadico quanto lo fu all’inizio smontando il puzzle.

Nasconde un fil rouge, un messaggio e lo sai, Kim Yong-hoon non ha scritto un film autocompiaciuto, stracolmo di easter egg che collegano una storia all’altra. Ve ne sono pochi, presenti a mo’ di sfottò e non di indizio. Conta il film da consumare in quanto oggetto compiuto, da rivivere al massimo per assorbire meglio il significato e non l’abusato trucchetto finito nelle mani di molti registi innamorati delle regole e non del gioco.

Mirar le stelle

I meno avvezzi al cinema sud coreano non se ne accorgeranno, ma Kim Yong-hoon esordisce alla regia – vincendo anche al festival di Rotterdam – col supporto di un cast importante, Jung Woo-sung e Jeon Do-yeon in particolare, ma non sono da meno i caratteristi Bae Sung-woo e Jeong Man-sik, mentre Shin Hyun-bin gli spettatori televisivi del paese d’origine l’avranno bene in mente dopo il successo, fra i tanti, del recente Confession.

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Jeon Do-yeon

Jung Woo-sung è Il buono dell’omaggio a Leone di Kim Jee-woon, nonché protagonista in due film presenti su Netflix quali Steel Rain e Illang: Uomini e lupi e qui per Kim Yong-hoon stravolge la consueta spavalderia, prestando i lineamenti squadrati a un personaggio che ne destabilizza la consueta immagine del macho tutto d’un pezzo. Beasts Clawing at Straws lo straccia, ponendolo alla mercè della sua donna, Jeon Do-yeon.

Come femme fatale lei non era difficile immaginarla, sensuale e scattante quando si tratta di incassare, la donna scelta come ambasciatrice del cinico messaggio di Kim Yong-hoon, conosciuta in passato in No Blood, No Tears, nel remake di the Housemaid e di recente nel drammatico Birthday sulla tragedia del Sewol. Posso immaginare come mai Beasts Clawing at Straws faccia così fatica ad abbandonarla, è una presenza magnetica.

Le colonne infami

Jung Woo-sung e Jeon Do-yeon deflagrano in coppia, sono le colonne portanti ma beasts ottiene un ottimo risultato anche grazie alle altre interpretazioni da urlo – Jeong Man-sik è un comprimario affidabile – ma è la natura dell’homo homini lupus a farla da padrone. Grazie a quella borsa Louis Vuitton-MacGuffin (ricorda la valigetta di Pulp Fiction) che rimbalza da un uomo/donna all’altra e si lascia alle spalle una scia di inevitabile distruzione.

Quando c’è di mezzo una enorme somma di denaro non fidarti nemmeno dei tuoi genitori, è un caldo e dolce consiglio della spietata Jeon Do-yeon. I soldi rendono vana ogni morale, persino la presunta intenzione di rappresentare una lotta di classe, casomai qualcuno dovesse essere tentato di incollarla in ogni opera sud coreana passato il successo di Parasite. Il paese è lo stesso, ma sto scrivendo di due bestie diverse.

Quei pochi definibili buoni sono in realtà i vessati, senza una connotazione positiva se non la capacità di consentirci un’immedesimazione causata dalla pietà nei suoi confronti. La bontà si confonde con la sfortuna, ed è pena che proviamo quando anche loro cedono all’avidità (o speranza?) e come da titolo si arrampicano sugli specchi, proteggono fino all’ultimo miserabile filo di paglia, pur stringere quella borsa.

Se proprio vogliamo un protagonista, quella è lei.
Chissà se la Louis Vuitton ha sborsato per essere nel film.

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Bae Sung-woo

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