San Andreas

San Andreas (Brad Peyton, 2015)

di Francesca Paciulli.

In ogni disaster movie che si rispetti c’è sempre una famiglia da salvare. Da una catastrofe imminente (spesso annunciata) ma soprattutto da se stessa e dal rischio incomunicabilità.

E San Andreas non fa eccezione. Anche nel film di Brad Peyton c’è una famiglia spezzata: una coppia in crisi, un lutto doloroso da elaborare e una figlia in età da college. Ma soprattutto c’è il capofamiglia Ray, elicotterista della squadra di soccorso che nel giorno più funesto della California si ritrova ad attraversare lo stato (come già nella East Coast il papà-coraggio Dennis Quaid di The Day After Tomorrow) per salvare i suoi affetti. Affetti che rispondono agli occhioni blu di Carla Gugino alias l’ex moglie Emma, e alle curve pericolose di sua figlia Blake (Alexandra Daddario).

A innescare questa prevedibile reunion è il temutissimo Big One, quel terremoto “definitivo” che potrebbe colpire entro i prossimi trenta anni proprio la California, come conseguenza dell’accumulo di energia nella Faglia di Sant’Andrea. Un evento sismico di fortissima portata, con effetti molto gravi per tutto il territorio, incluse le grandi metropoli.

Ed è più o meno quello che senza andare tanto per il sottile ci mostrano le prime (e più riuscite) sequenze di San Andreas, un cataclisma che si annuncia a Los Angeles e successivamente, con un impressionante effetto domino, rade al suolo tutto ciò che incontra lungo la faglia. Baia di San Francisco inclusa.

Palazzi che si sgretolano, ponti e autostrade che si piegano come fuscelli, onde gigantesche che divorano cemento e acciaio. Uno scenario apocalittico in cui Dwayne Johnson  (già diretto da Peyton in Viaggio nell’isola misteriosa) si muove fin troppo sicuro per ricongiungersi a moglie e figlia.

Non è il caso di aspettarsi sottigliezze dalla sceneggiatura di Carlton Cuse, un’accozzaglia di cliché persino più abbondanti delle macerie dei palazzi. C’è sempre un “ti voglio bene” o un “mi dispiace” di troppo da pronunciare all’ultimo minuto. Per non parlare del povero Ioan Gruffudd a cui lo script regala una caratterizzazione talmente tagliata con l’accetta (è un costruttore corrotto, per di più pronto a rubare la donna a Ray) da far sembrare pieno di sfaccettature Cal Hockey-Billy Zane in Titanic. Va un po’ meglio a Paul Giamatti relegato al ruolo di Cassandra inascoltata. Ma solo perché agli spiegoni scientifici del suo sismologo sono dedicati pochi minuti di girato.

Del resto Peyton è troppo preso dal suo eroico protagonista, un uomo tutto coraggio e bicipiti in 3D che esce inspiegabilmente illeso da ogni crollo. Ma noi vogliamo credergli, perché siamo in sala anche per gustarci le sequenze di puro action del film. E in questo caso la computer grafica fa il suo dovere, con la polvere e l’acqua della baia che sembrano fuoriuscire dallo schermo.

Se invece non sappiamo rinunciare a un pizzico di coinvolgimento in più possiamo sempre recuperare Terremoto (1974) con Charlton Heston e Geneviève Bujold, amanti clandestini in fuga dalle scosse.  Meno computer grafica ma più pathos.

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