American Sniper (Clint Eastwood, 2014)

American Sniper: un dilemma umano per Clint Eastwood.

Si apre un dibattito inevitabile quando paghiamo il biglietto per film come American Sniper: dobbiamo seguire le nostre inclinazioni politico-sociali oppure giudicare l’opera entro le caratteristiche della sua arte?

Siamo tutti a conoscenza delle opinioni di Clint Eastwood sul possesso delle armi. Il texano dagli occhi di ghiaccio, classe 1930, a distanza di meno di un anno dal suo flop Jersey Boys, è ritornato con un film perfetto per la sua posizione sulla guerra: la biografia di Chris Kyle, il cecchino più letale della storia militare degli USA, morto nel 2013, ucciso da un ex-marine durante una scampagnata organizzata per aiutare quest’ultimo a sopportare lo stress post-traumatico.

Una storia già nota

Il finale lo conosciamo prima di iniziare, la sua storia anche, meglio ancora se si è letta la sua biografia, da cui è nata l’idea di trarne un film, curiosamente proposta a Eastwood nello stesso momento in cui lui era intento a leggerla.

In breve è facile raccontarla: Chris Kyle, di famiglia religiosa, e padre violento, sogna di diventare un cowboy, ma quando il suo desiderio è realizzato scopre di voler difendere la sua amata patria dagli attacchi terroristici che l’affliggono; si unisce ai Navy Seals e nel frattempo, promesso sposo, le Torri Gemelle sono abbattute da due aerei dirottati. La sua vita da quel giorno è dedicata alla bandiera degli Stati Uniti d’America: il primo turno in Afghanistan inizia.

Sulla polvere delle città abbattute dai raid aerei spetta a Kyle, Bradley Cooper imbottito di muscoli, prendere le decisioni più importanti: se un bambino si avvicina con una granata anti-carro al tuo plotone è giusto ucciderlo? Per Eastwood e anche per Kyle, sì, una questione di matematica, materia d’affetto, scegliere tra i propri numerosi amici in pericolo e la vita di un bambino, tra la sicurezza degli USA più vicina d’un passo alla vittoria dei selvaggi.

Eastwood non ritrae un mostro, fucilare un bambino a distanza di centinaia di metri è barbarie, un dovere necessario da adempiere e solo i più coraggiosi riusciranno in un’impresa simile, tutto per proteggere le giornate di sole sul suolo americano.

Gli errori del cuore

Il discorso morale è semplice: se si è contro la guerra è facile puntare il dito contro American Sniper, il film sarà per forza di cose da condannare, bocciato seduta stante per la sua opinione militarista e guerrafondaia. Si può però decidere di osservare American Sniper come offerta a un uomo che per molti statunitensi è un eroe: una brava persona, cresciuta da un padre troppo severo, abituato sin da subito a seguire la parola di Dio alla lettera, difendere la famiglia a costo di rischiare la propria vita.

Per molte persone ancora sul fronte, per le famiglie di soldati dispiegati in territori di guerra, American Sniper è un tributo al loro lavoro. Ed è un ottimo tributo, l’umanità di Clint Eastwood non è sparita.

Si tratta di un biografico diretto col cuore pieno di devozione per le azioni di Kyle – e Cooper dà un’ottima prova nei suoi panni – e la regia tanto trasmette, meno curata di altre del passato di Eastwood, consapevole di non dover ricercare il merito dell’uomo dinanzi alla macchina da presa, le azioni parlano da sole, così gli errori.

Troppo reale?

Potremmo dire che Eastwood sa scavare nell’anima del peggiore degli uomini, anche se lui non sarebbe d’accordo con la nostra opinione, lo aveva dimostrato con J. Edgar trasformando la vita di un poco di buono in una storia d’amore commovente, ora con American Sniper conferma di avere un talento innato nel mostrare l’umanità dei suoi protagonisti. E in certe scene le emozioni di Kyle/Cooper sono palpabili, in alcune colpiscono dritte al cuore e agli occhi rendendo impossibile guardare.

Ma in giorni come questo 7 Gennaio, con quanto accaduto in Francia, è rischioso parlare di selvaggi, questo è difficile da mandare giù. American Sniper andrà rivisto tra 50 anni, quando le giornate di Sole saranno alle nostre spalle.

Fausto Vernazzani

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