The Strain: la malia del vampiro

Il puro fascino del male rivive in The Strain.

The Strain non è della stessa genìa di altri serial nati nel 2014 come True Detective, The Leftovers o, rimanendo all’interno dell’allargata cerchia televisiva degli horror, Penny Dreadful.

Il paragone non sussiste: la produzione di Carlton Cuse e Guillermo Del Toro non vanta sempre grandi performance dagli attori, il look dei flashback è un po’ troppo posticcio, in alcuni casi le coincidenze in sceneggiatura sono fin troppo convenienti.

Il risultato finale dell’opera, realizzata nei fatti da Cuse e Chuck Hogan, co-autore insieme a Del Toro della trilogia di romanzi da cui la serie è tratta, permette tuttavia di salire ugualmente in cima ai migliori exploit seriali dell’anno, ora avviatosi verso la sua conclusione.

Non si è mai trattato di creare un’opera originale sui vampiri. Nelle interviste dedicate (e non) Del Toro non ha mai espresso la volontà di investirlo di un nuovo abito, l’idea era di ridare al vampiro tutto ciò che gli apparteneva prima che diventasse un’icona di bellezza.

Per questo non bisogna solo accusare Twilight, già Anne Rice con Intervista col vampiro aveva immaginato il vampirismo con un aspetto ben diverso, o al cinema Francis Ford Coppola con Dracula aveva radicalmente modificato il Conte immaginato nel romanzo di Bram Stoker.

Ammaliante è stato confuso con affascinante e Brad Pitt e anche Gary Oldman, la progenie dei belli e tenebrosi ha preso piede.
Per ristabilire l’ordine in questa famiglia degenerata non c’è niente di meglio che ripescare lo Strigoi  chi conosce il gioco di ruolo Masquerade ben li conosce, creature leggendarie provenienti dalla Romania, un mostro succhia sangue dalle fattezze orripilanti, ma col potere di attirare a sé chiunque esse desiderino per portare a termine i propri scopi.

Vampiri e scienza

La novità è nell’approccio scientifico: protagonista è il Dr. Ephraim Goodweather (Corey Stoll, una sorpresa), medico al CDC: lui rappresenta i nostri occhi, l’incredulo scienziato posto di fronte a qualcosa che ha dell’incredibile, ma a cui non può mancare una ragione razionale di esistere.

È sconosciuto, ma non per questo irrazionale, episodio per episodio seguiamo il team del CDC alla ricerca di una spiegazione, eppure la verità è nelle mani di chi ha studiato la leggenda – dietro cui spesso e volentieri si nascondono i fatti: Abraham Setrakian (David Bradley, magistrale), un arzillo ebreo rumeno di oltre 90 anni, sopravvissuto alla Shoah in un campo di concentramento dove il Maestro, il vampiro/paziente zero, si nutriva della miseria degli uomini e del loro sangue mentre i tedeschi li martoriavano con la crudeltà ormai nota.

I due approcci, spirituale e scientifico si scontrano e più volte incontrano: è un virus che si espande rapidamente, il rischio di una pandemia che potrebbe portare il mondo a divenire un enorme formicaio, un organismo collettivo.

Dall’horror alla fantascienza

Per certi versi The Strain è più vicino alla fantascienza che all’horror, mai si fondono insieme. È un salto da un genere all’altro, un visore per il pubblico attraverso cui si può osservare il primo con gli occhi dell’altro, o viceversa.

Il risultato è spettacolare, indubbiamente pulp, il confine viene oltrepassato innumerevoli volte senza mai lasciare alcuna certezza: è un virus il pericolo, ma è anche un vampiro delle leggende.

Il finale di stagione diretto da Phil Abraham e andato in onda ieri sera sul canale FX pone l’accento sull’ultimo dei due, si appropinqua strisciando alla prospettiva di avere un futuro simile ad Underworld o Blade, o persino Hellboy, prodotti mediatici dove la scienza aveva già un ruolo prominente rispetto ai classici dell’orrore.

La sfortuna, rispetto ai tre su elencati, è una mancanza evidente per tutta la durata della prima stagione di The Strain: il budget è radicalmente inferiore, il che ha favorito gli effetti pratici amati da Del Toro, ma in molti casi è significato accordare allo spettatore una grande fiducia. Quel che non poteva essere mostrato doveva essere immaginato, e non sempre funziona.

L’importanza dei dettagli

Così risultano essere gli interni a vincere (abbiamo già parlato dell’influenza gotica della serie), le riprese in studio rispetto alla strada, con un profilmico pieno come un uovo, scenografie ultra-dettagliate con una personalità che rispecchiasse l’anima dei personaggi, grandi vedute confezionate in modo da trasmettere il terrore di trasformarsi in una colonia di insetti. Tutti impacchettati tra quattro mura, illuminati da luci al neon che restituiscono un arcobaleno di colori spaccato in due, con la sicurezza riposta nelle luci fredde degli ultravioletti, il calore di un Sole più freddo del solito.

The Strain è un tripudio di dettagli, una caratteristica del cinema di Del Toro trasmessa a tutti i registi occupatisi della serie, tra cui spiccano Guy Ferland per l’ottavo, l’assedio al cardiopalma alla pompa di benzina Creatures of the Night, e Peter Weller, un tempo RoboCop, oggi autore di ben tre ottimi episodi.

The Strain, La progenie se vogliamo usare il titolo italiano del primo tre romanzi, edito da Mondadori (uscito di recente anche per la collana Urania), convince perché tocca tutte le corde dei fan dei generi coinvolti, perché sfrutta i vantaggi dell’essere una serie televisiva senza voler essere qualcosa di più (come True Detective è riuscito miracolosamente a fare), puntare a sfruttare bene i tempi concessi, persino gli spacchi pubblicitari.

La tensione è palpabile e non vediamo l’ora che il 2015 ritorni per accendere una luce sui tanti misteri, in particolare uno: che ne sarà di Gus/Miguel Gomez in quell’enorme hangar sporco di sangue? Il consiglio è di mettere The Strain in cima alle serie da recuperare in questo trafficatissimo anno.

Sarebbe bello poter aggiungere dettagli su personaggi e “cose”, ma non vogliamo anticipare nulla, La progenie merita di essere goduta dall’inizio alla fine con tutte le sue piccole sorprese.

Fausto Vernazzani

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