Serie tv horror: Penny Dreadful, con Eva Green

Penny Dreadful: siamo tutti Vanessa Ives

di Francesca Fichera.

Un penny dreadful è una forma di narrativa popolare pubblicata in serie su fascicoli sottili, come le dime novel statunitensi. È anche il titolo dato alla serie televisiva ideata da John Logan (Skyfall) e prodotta da Showtime: di sicuro non un caso, vista anche la naturale propensione delle forme del genere horror a dialogare fra loro onde creare un universo, o vero e proprio sistema, di rimandi.

A cominciare dai personaggi, lo show di Logan (ri)porta alla ribalta tutti gli stilemi del gotico: i lampioni a gas immersi nella foschia della Londra vittoriana, le donnacce tisiche e imbellettate nascoste nei vicoli, i fumosi ambienti sotterranei delle cliniche e dei manicomi, la lordura delle strade e dei porti, le storie di fantasmi, l’esotismo d’importazione di coloni e avventurieri. E, naturalmente, i mostri: prima dei freaks, prima degli zombie, prima dei giganti radioattivi. Mostri figli della letteratura – di consumo, ma non per questo al di fuori del campo semantico di bellezza ed eccellenza: eredi di Mary Shelley, Robert Stevenson, Bram Stoker. Vampiri, creature nate da corpi morti riassemblati, licantropi, alter ego demoniaci, che popolano le vie di un’epoca di transizione e trasformazione a cavallo fra due secoli. La popolano e la incarnano.

La prima stagione di Penny Dreadful ricorda l’apertura de Il trono di spade: violenta, fulminea, trainante. Un letterale ingresso nel buio. Dopodiché c’è Vanessa Ives (Eva Green in uno dei suoi ruoli più impegnativi), giovane donna dal fascino diafano e da quella che sembra essere una fervida immaginazione – ragni che sbucano dal muro, crocifissi che si capovolgono, sussurri in lingua egizia. Accanto a lei, il misterioso e austero Sir Malcom Murray (Timothy Dalton) alla disperata ricerca della figlia Mina (omonima all’eroina del Dracula di Stoker). Per ritrovarla i due insieme reclutano Ethan Chandler (un Josh Hartnett in grandissima forma), pistolero americano dal passato oscuro e dal presente posticcio, e il giovane chirurgo Victor Frankenstein (Harry Treadaway), esperto in cadaveri e autopsie particolari. Nel mezzo, il simbolo dello sdoppiamento moderno Dorian Gray (Reeve Carney), la prostituta tubercolotica dal cuore d’oro Brona (Billie Piper) e il misterioso servitore africano Sembene (Danny Sapani), elemento di traino tanto per la trama quanto per l’approfondimento psicologico dei personaggi.

Penny Dreadful - I personaggi principali

Mostri e umani si muovono sullo sfondo di eventi trascorsi coperti dalla stessa nebbia che oscura le strade. Il passato è una terra straniera gravida di colpe. Le anime trascinano i loro indicibili pesi su distanze temporali incalcolabili; la loro essenza contraddittoria – anticipando Sigmund Freud nella storia e riprendendolo nel momento creativo – è messa a nudo senza pietà. Ci si affeziona a Vanessa, Malcom, Ethan, Victor, e perfino alla Creatura (Rory Kinnear), amandone la mostruosa umanità. E sapendo (o vedendo) che, da un istante all’altro, la loro essenza muterà o, semplicemente, verrà a scoprirsi qualche altra terribile verità sul loro conto. Dopo un inizio didascalico, per certi versi manualistico, questa è la vera bella sorpresa di Penny Dreadful: l’aver saputo inserire  i miti gotici, tornati centrali al pari di quelli fantasy ed esplosi assieme alla fantascienza in un periodo di radicale rifondazione dei linguaggi mediatici e del rapporto fra cultura  e scienza; l’aver saputo inserire il gotico in un contesto di totale rinnovamento, adatto allo spirito cangiante dell’attualità, alla qualità immersiva e multiforme dell’esperienza audiovisiva di cui anche i personaggi, nel loro costruirsi e svilupparsi, diventano partecipi.

Non  bidimensionale come le scenografie – sapientemente citate – del teatrino dell’orrore del Grand Guignol, né stereotipato come l’elemento fiabesco: il mostro in Penny Dreadful si confonde con l’umano, e l’umano viene caratterizzato dal mostro. Il dibattersi della coscienza, l’interiorità di un’epoca segnata dalla desacralizzazione (la nostra), è lì sul palco, in una valida e ben curata alternativa (costumi di Gabriella Pescucci, fotografia di Xavi Giménez) agli echi di Buffy e alle suggestioni teen – come ricordato da Simone Corami – di The Vampyre Diaries. La serie di Logan insegna che c’è molto da imparare: non solo riguardo a ciò che vediamo e che vedremo, ma anche e soprattutto su ciò che già abbiamo osservato e che crediamo di aver fatto nostro pur non essendoci mai posti una vera domanda in merito.

E la risposta, o una delle tante, è: There is some thing within us all. La prossima stagione, in onda nel 2015, ci dirà qualcosa in più affinché ne comprendiamo la natura. Proprio come per Vanessa Ives.

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