A Good Marriage - CineFatti

A Good Marriage (Peter Askin, 2014)

Scene da un buon matrimonio.

Dennis Rader detto BTK (acronimo di Bind, Torture, Kill) è un serial killer che insanguinò il Kansas fra il 1974 e il 1991 togliendo la vita a dieci persone. Accanto a lui, per tutto quel tempo, una moglie ignara di nome Paula.

Per scrivere A Good Marriage – tradotto in Italia come Un bel matrimonio – Stephen King afferma di essersi ispirato a questo atroce fatto di cronaca, nel tentativo di “indagare l’idea che sia impossibile conoscere a fondo qualcuno, comprese le persone che più amiamo”.

Casa Rader, casa Allen

La storia di Darcy (Joan Allen) e Bob (Anthony LaPaglia) è molto simile a quella dei coniugi Rader. Quando la bionda e ancora avvenente signora Anderson scopre per puro caso un indizio sulla presunta seconda vita del marito, per giunta a pochissime ore di distanza dal festeggiamento dell’anniversario di nozze, la sua vita e la sua mente crollano.

E noi, per quel poco che è riuscito a dire Peter Askin (un poco che in fin dei conti è anche abbastanza) non possiamo far altro che stentare a crederci assieme a lei.

Ipotesi di reato

Come nella maggior parte delle storie migliori di King concretezza e fantasmagoria si mescolano, dandoci l’impressione, o meglio la sottile e fastidiosa incertezza, di trovarci nell’offuscata trappola di un incubo.

Darcy guarda la tv, coglie di sguincio scene d’orrore simulato fino a che quello vero e indiscutibile irrompe d’improvviso nel luogo sicuro per eccellenza: il nido domestico, costruito su e con l’amore del matrimonio. Bello, perfetto, americano.

Prima la traccia fisica, la prova materiale; poi, forse anche più dolenti, scorrono le parole, dello speaker televisivo come della verità che si propaga nell’aria, per dare alla bella Darcy un colpo così forte da stravolgerle completamente l’esistenza.

Un realismo privo di magia

Askin non è regista noto e, d’altronde, da un film distribuito contemporaneamente in sala e in VOD (Video On Demand) non c’era da pretendere che regalasse la luna. La sua regia è televisiva, al punto da creare un involontario effetto metanarrativo laddove rappresenta l’invadenza mediatica di cui la protagonista della vicenda sembra essere vittima.

Gli occhi dello spettatore scorrono lenti sulle figure, insieme con la macchina da presa, fino a perdersi nell’inconsistenza cremosa degli stacchi di montaggio.

Così A Good Marriage si trasforma in una messinscena fin troppo realistica che, nel tentativo di afferrare proprio quel principio di realtà, (si) perde.

Soprattutto fa perdere quel senso di intimità che era riuscito a passare nella prima parte del racconto attraverso l’attenta caratterizzazione di azioni e situazioni interne al bel matrimonio. Quel senso di personale che si esplica in una comprensione piccola, unica, esclusivamente interiore. E che uno zoom mal fatto e di troppo contribuirà a rovinare completamente.

Francesca Fichera

Voto: 2.5/5

 

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