True Detective S1 (Cary Fukunaga, 2014)

di Francesca Fichera.

Self is a monster.
– Nic Pizzolatto –

Oramai è chiaro: giungere adesso alla conclusione che la scrittura per la televisione ha raggiunto e superato le vette toccate dal cinema significa essere molto, molto in ritardo sui tempi. Del resto, era già successo con serie come Twin Peaks – che comunque intesseva rapporti ancora molto stretti rispetto alla Settima Arte – e come X-Files, e questo prima che il countdown del temuto quanto inutile Millennium Bug fungesse da ulteriore cesura di un’epoca di trasformazioni veloci.

D’altra parte, l’ultimo decennio ha visto alla ribalta – prima (per poco) catodica e poi digitale – un susseguirsi infinito di show televisivi che hanno lasciato nel nostro immaginario i segni più vari, e la cui immensa quantità non ha mai messo veramente a dura prova la dimensione qualitativa – salvo rare e poco conosciute eccezioni, affogate senza scampo nel mare magnum della serialità. Non staremo a nominarle una per una perché avremmo bisogno realmente di un’enciclopedia, e anche perché non le abbiamo viste tutte (ma ci proveremo, perlomeno a guardarne il 70 %!), ma vi basti sapere che nel cuore della qui scrivente albergano le parrucche di Alias, i grugni dei vampiri di Buffy, le playlist deprimenti di Grey’s Anatomy, i casi clinici al cardiopalma di E.R., le prodezze erotiche di Samantha in Sex And The City, le lacrime filosofiche di Lost, le citazioni ad effetto di Criminal Minds, i finali musicali di Cold Case, i riferimenti a Stephen King in Haven, le atmosfere angoscianti di Fringe, la carne (in tutti i sensi) esposta in Game Of Thrones (e ben riassunta qui), lo Shakespeare contemporaneo di Breaking Bad… e poi sì, la bellezza stratosferica di True Detective (e avrei potuto continuare in eterno, da Il tenente Colombo a 8 Sotto Un Tetto e La Tata, passando per i già citati Twin Peaks, X-Files e per qualche miniserie particolarmente ispirata, nda).

State pensando: “era ora che ne parlasse”, vero? Be’, intavolare i discorso su una serie di tale levatura senza fare prima una rapida carrellata su una parte, per quanto minima, dell’universo della serialità in tv avrebbe significato cospargere il sugo di formaggio senza i maccheroni sotto (…). Perché, e dovrebbe esser risaputo, non v’è prodotto culturale che non riceva anche la più piccola influenza da parte di altri, che essi appartengano alla stessa sfera comunicativa oppure a linguaggi diversi, e che per questo non possa essere considerato comunque unico. E unico True Detective lo è eccome, anche se trae dichiaratamente linfa da Thomas Ligotti e Robert W. Chambers; anche se reca su di sé, per temi come per il piglio registico con cui sono affrontati (quello di Cary Fukunaga, che grazie agli dei dirigerà pure il reboot di It il pagliaccio), la medesima cifra di Gone Baby Gone di Ben Affleck (nonché la stessa attrice, chissà se per caso, e cioè Michelle Monaghan). Anche se cambierà le carte in tavola durante le seguenti stagioni – ora che la prima è finita, sigh – modificando il cast e l’ambientazione – il che vorrà dire che non vedremo più quel Matthew McConaughey emaciato e in stato di grazia affiancato da Woody Harrelson, volto memorabile di Natural Born Killers (1994) – sigh, ancora.

A ben rifletterci, nemmeno la soluzione (vincente) della coppia di investigatori è cosa nuova – e su questo punto sul serio rimandiamo ad un capitolo a parte. Rust Cohle (McConaughey) e Martin “Marty” Hart (Harrelson) sono l’accoppiata perdente che però sbanca, gli opposti (lontano dall’essere stereotipati) che più che attrarsi attraggono gli spettatori nel mentre sono impegnati a sbrogliare il filo di un’orribile matassa – di quel killer seriale che impalma le sue giovanissime vittime con tanto di corna di cervo, disegni sul corpo e decorazioni in legno – e dei mille nodi delle proprie vite. Lo scioglimento del mistero (o dei misteri), così come è la meta per il viaggio, arriva ad avere lo stesso peso del percorso che lo ha reso possibile: sarà ripetitivo anche il dire che tutto sta nel come e non nel cosa, e che a rendere speciale questa crime fiction dai risvolti weird è innanzitutto la scrittura, la sceneggiatura, il modo di raccontare di Nic Pizzolatto, titano dell’universo narrativo che siede di diritto nell’Olimpo degli autori di serie tv insieme con Vince Gilligan (Breaking Bad). 

Pizzolatto porta gli assi nelle maniche di una maglietta volutamente corta: non si risparmia sulle fonti, letterarie e filosofiche, che hanno ispirato True Detective, e le esplicita più e più volte – accennando anche a Emil Cioran, oltre che a un mucchio di autori noir, in aggiunta a quelli già citati, conosciuti al di là del mare e completamente ignoti qui da noi; prende le dovute distanze dallo spettro nichilista che aleggia fra gli interstizi di interpretazioni affrettate o forzate: per lui Cohle non parla di un tutto che non vale niente, bensì di un tutto che conta troppo. E questo risulta evidente a chiunque riesca a grattare via la scorza di (finto) cinismo bukowskiano che riveste personaggi e ambientazione – che è necessaria alla caratterizzazione del contesto e a nulla di più – fino a connettersi con l’inedita forma di spiritualità veicolata da Rust Cohle, al suo ateismo radicale che pur si nutre di assunti “cristiani” – «i bambini sono tutto», «la luce sta vincendo» – e di un profondo, crudelissimo senso di onestà e di trasparenza che ravviva il senso etimologico della parola ‘religione’.

Ma la cosa che maggiormente colpisce, insieme con l’interpretazione storica di McConaughey (difficilmente dimenticabile), è la scrittura della coscienza messa in atto dall’autore di True Detective: quell’aver ridotto all’osso una condizione possibile ma impensata dell’esistenza, ossia che vivere sia sinonimo di abitare in una stanza – vedi monologo dell’episodio 1×03, per l’appunto The Locked Room – nella quale si rischia di rimanere intrappolati. Per sempre. Se c’è un segnale di mancanza di speranza totale in TD è proprio questo: la concezione di una vita uguale a un sogno che può trasformarsi in incubo perché «alla fine appare un mostro» – un maniaco, un pazzo o un semplice bastardo qualsiasi – e il Tempo – piatto, platonico – non fa altro che fermarsi, lasciando una miriade di uomini, di sé, stretti l’uno contro l’altro fra quelle mura. Lontani mille miglia da un Amore che abita al di sotto dell’oscurità e da quest’ultima è celato. Ma sapere, dire che c’è qualcosa al di là del buio, è già qualcosa: aiuta a sopportare la croce di un mondo tremendamente ingiusto fatto di stanze chiuse e di sé mostruosi. Che non è modificabile ma accettabile. Anche grazie alle storie che lo mettono a nudo, ai loro doni di catarsi.

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