Lezioni di piano (Jane Campion, 1993)

Lezioni di piano e di addii.

Ha un plot lineare che sfocia nell’enigma dei sensi e della mente, Lezioni di piano, film che consacrò la neozelandese Jane Campion al cinema mainstream e ai red carpet.

La storia è quella di Ada – Holly Hunter letteralmente da Oscar – una donna scozzese, muta fin da bambina, che viene mandata in Nuova  Zelanda assieme alla bisbetica figlia di nove anni Flora (Anna Paquin) per concludere un matrimonio combinato con l’ingessatissimo coltivatore del luogo Alisdair Stewart (Sam Neill).

L’arrivo delle straniere fende come un raggio di luce bianca l’inquieto ma ripetitivo esistere della piccola comunità neozelandese velata da uno spesso strato di umidità azzurrognola, a suo agio nel rigoglio selvatico della foresta fangosa.

A suscitare grande interesse nei curiosi abitanti del posto è soprattutto l’attaccamento ostinato della muta al suo pianoforte, per il quale uno dei Maori al servizio di Stewart, George Baines (un Harvey Keitel affascinante come non mai), crea il pretesto affinché lui e la futura sposa del padrone possano incontrarsi più volte in privato. E Ada, che dice ciò che può tramite sua figlia mentre lascia ai tasti bianchi e neri il compito di esprimere ragioni e sentimenti, non si tira indietro, pur disprezzando nel profondo il rude manovale.

Ma forme e sostanze sono destinate a cambiare, come il destino è fatto di per sé per ribaltarsi, e il senso della musica avvince le sensibilità simili, le affinità elettive, le anime che vanno inconsapevolmente nella stessa direzione.

Nel melodramma in quadri acquerellati di Jane Campion trionfa l’equilibrio degli elementi poetici: un sembiante che va di pari passo con i suoi significati nascosti, senza sfalsarli, rincorrerli o precederli; ma, anzi, dando loro vigore.

Come i corpi nudi dei protagonisti, legati insieme dalla passione, così s’intrecciano tutte le componenti del disegno, trovando in ciò che è altro il proprio complemento: l’ambientazione verde-azzurra caratterizzata da Stuart Dryburgh e i flussi musicali – memorabili – di Michael Nyman; l’ottima orchestrazione degli attori, dove finanche la giovanissima Paquin è in grado di collocare il suo acerbo talento (guadagnandosi una statuetta d’oro) e la sceneggiatura, che salta a pie’ pari la banalità possibile di un racconto ‘al femminile’; l’erotismo esplosivo e la poesia sottile del non mostrato, del non pronunciato, di un’immagine sonora assorbita in maniera parziale, come guardando attraverso il buco di una serratura.

Diceva bene la Tornabuoni quando, scrivendo di Lezioni di piano, parlava di mistero, perché è quella la reale qualità della poesia.

E l’assenza di descrizioni, di didascalie travestite da metafora, è il maggior pregio del film della Campion, ancora lontana dall’emotività iridescente di Bright Star (2009) e immersa, con Lezioni di piano, nell’abisso dell’inesprimibile, dove anche l’apparenza di un lieto fine porta con sé il residuo di un’angoscia. Di un venire a nuova vita che non esclude la parola morte ma la fa vedere per un attimo. Apre gli occhi sul segreto, su ciò che per sempre rimarrà sommerso, e poi li richiude subito. Per continuare a suonare.

Francesca Fichera

 

8 pensieri su “Lezioni di piano (Jane Campion, 1993)

  1. Beccato un po’ di tempo fa su Sky, era una triste domenica pomeriggio..alla fine di tutto volevo tipo suicidarmi ahauahuaha bellissimo sto film e finale ai massimi storici, brava aeshbac ;)

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    1. Grazie, caVa! :D Sì, appunto, il finale angosciante, per chi lo capisce fino in fondo, non lascia molto spazio all’ottimismo, diciamo così. Comunque gran bel film davvero. :) A presto ;)

      – Fran

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    1. Be’, se il coraggio ti manca per via del senso generale di angoscia che emana dalla trama e dalle critiche del film, supera le tue paure: ne vale veramente la pena, per tante ragioni (la musica di Nyman, il fascino di Keitel, che sarà pure stagionato ma ha il suo perché, la bravura della regista Campion). E poi gira parecchia roba molto più deprimente di The Piano. Fammi sapere, spero di essere riuscita a invogliarti un po’ :) ;)
      – Fran

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  2. Pingback: Darkness
  3. Pingback: Bright Star

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