Cube: Il cubo (Vincenzo Natali, 1997)

La genialità ha la forma di un cubo: il Cubo.

“Nessun prologo, nessuna spiegazione, nessuna caratterizzazione, si comincia subito a fare sul serio, la durata è esigua e bisogna dare subito allo spettatore ciò che cerca nel mio film”.

Deve essere stato questo il pensiero di Vincenzo Natali, regista canadese, quando decise di scrivere e dirigere la sua prima volta nel mondo del cinema: Cube – Il cubo. 

Budget risicatissimo e idea geniale con delle persone che, senza sapere né come né quando né perché, si risvegliano in un cubo asfissiante, gigantesco e claustrofobico, diviso in altri cubi che rappresentano i suoi settori, alcuni dei quali arricchiti con trappole mortali.

Dentro il cubo

Anche i personaggi, nel lontano 1997, non erano del tutto stereotipati: abbiamo il poliziotto burbero che si crede l’individuo più necessario del gruppo Quentin (Maurice Dean Wint), il ragazzo senza voglia di vivere Worth (David Hewlett), il genio della Matematica Leaven (Nicole De Boer), la zitella medico generale acida Holloway (Nicky Guadagni), l’esperto di evasioni Rennes (Wayne Robson) e l’autistico Kazan (Andrew Miller).

Di questi personaggi conosciamo esclusivamente ciò che ho appena scritto, ma capiamo immediatamente che ognuno di loro è stato preso e messo lì per un motivo e che ognuno avrà la sua funzione all’interno del Cubo.

Il senso della paura

L’efficacia di questo film sta proprio nel non dare alcuna spiegazione, di tenerci all’oscuro di chi e perché ha messo lì quegli sfortunati, allo spettatore non interessa. Sapere cosa sta succedendo avrebbe rovinato tutto:  Natali sa che la paura dell’ignoto è peggiore di qualsiasi spiegazione, razionale o irrazionale che sia.

È grazie al fatto che conosciamo esattamente ciò che sanno i vari personaggi che guardare Il Cubo non sarà una semplice visione, ma un’autentica esperienza sensoriale, una partecipazione alle vicende e ai numerosi colpi di scena.

Sentiremo anche noi, col passare delle ore senza mangiare e senza dormire ( però non vi fate prendere troppo), il sopraggiungere della perdita del senno e dell’isterismo chiedendoci se, in caso di lucidità, si sarebbero verificate le stesse cose.

Il meritato successo

Nonostante la povertà di mezzi – resa evidente dall’unicità della location – il geniale esordio di Vincenzo Natali è stato giustamente premiato sia dal pubblico che dalla critica, consentendo al regista di continuare a lavorare e produrre, nel 2009, il lungometraggio ad alto budget Splice.

L’unico appunto che si potrebbe muovere alla pellicola è la lentezza del suo ritmo, comunque motivata – se non  dalla sceneggiatura, dagli eventi e dalla location e non sempre lentezza di ritmo significa punto morto o noia. Qui non troverete né punti morti, né noia, ma solo terrore, pazzia, isteria e un paio di momenti splatter come la scena iniziale che non mancheranno di attrarre gli appassionati di sangue e frattaglie anche se questo film lo consiglio assolutamente a chiunque, una sera, abbia voglia di avere PAURA. Questo è l’Horror.

See You Soon,

Roberto Manuel Palo

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