Star Trek: The Next Generation S1 (Gene Roddenberry, 1987-88)

di Fausto Vernazzani.

Nel 2009 tutti avranno visto Star Trek di J.J. Abrams, e molti si saranno lasciati andare ai ricordi. Non che io sia nato negli anni Sessanta-Settanta per vedere in prima visione le avventure del Capitano James Tiberius Kirk, ma chi è nato alla fine degli Ottanta può ricordarsi, senza dover andar troppo a scavare nella memoria, di Star Trek: The Next Generation. Se da un lato c’era l’inquietante X-Files con Fox Mulder e Dana Scully e le loro terrificanti indagini sul governo e i suoi segreti, alieni temibili e fenomeni paranormali poco simpatici, dall’altro c’era la rassicurante presenza Capitano Jean-Luc Picard, interpretato dal talentuoso attore shakespeariano inglese Sir Patrick Stewart: era amore per la U.S.S. Enterprise.

È passato un secolo da quando Kirk e Spock erano la punta della Flotta Stellare della Federazione, il tempo ha cancellato l’ostilità con i Klingon, conclusasi con un trattato di pace e nuove conquiste, nuovi nemici e luoghi da esplorare sono adesso di fronte all’umanità del futuro. La USS Enterprise è ora affidata al comando del Capitano Picard, un veterano della flotta, con l’immediato compito di assemblare l’equipaggio assegnatogli nel pilota della serie Incontro a Fairpoint (episodi 1-2). Sul pianeta Deneb IV il ponte di comando prende forma: il Comandante William Riker (Jonathan Frakes), il Secondo Ufficiale ed androide Data (Brent Spiner), la Consigliera betazoide Deanna Troi (Marina Sirtis), la Dottoressa Beverly Crusher (Gates McFadden) e il figlio Wesley (Will Wheaton), il cieco Ingegnere Capo Geordie LaForge (LeVar Burton), il klingon ed Ufficiale Tattico Worf (Michael Dorn) e, infine, il Capo della Sicurezza Tasha Yar (Denise Crosby).

Dagli anni della serie originale a quelli di fine millennio molto è cambiato, ma fortuna vuole che anche se sarebbe morto nel 1991, Gene Roddenberry, ideatore originario del serial, fu grande collaboratore anche nella realizzazione della Next Generation. L’idea di avere un cast eterogeneo, con etnie diverse a confronto si è mantenuta anche nella nuova serie, con la differenza che non si è più trattato solo di terrestri (l’asiatico Sulu, il russo Cechov, l’africana Uhura, lo scozzese Scotty), bensì “aliene”. A sostituire Spock anche come Ufficiale scientifico vi è l’androide Data, ma vi si sommano la betazoide Deanna – anche se perfettamente umana alla vista – e il cieco dal look alieno, Geordie, dotato di un visore che gli permette di vedere nonostante il difetto congenito.

Lo scopo è però cambiato. The Original SeriesThe Next Generation non hanno in comune la trasmissione di un’ideale di uguaglianza, nel 1987, a pochi anni dalla caduta del muro di Berlino, la necessità di insistere sull’unione dell’umanità da un punto di vista etnico (il razzismo era ancora prominente) non è più percepita allo stesso modo rispetto all’importanza della pace tra i popoli. Ne è il segno evidente proprio la presenza del Klingon Worf, ma anche la decisione di offrire il ruolo di razza nemica ai Borg, una specie di cyborg che agisce come un virus. La paura non è più la stessa di venti anni prima: malattia, libertà assente e assenza di controllo sono i nuovi mostri, gli zombie del futuro.
Tutto ciò ha i suoi vantaggi, ma si palesa con le fattezze del suo opposto al primo sguardo, e senza la forza e l’impatto visivo di questo ideale, la serie nei suoi primi episodi si dimostra quanto di più scialbo ci possa essere, con puntate improbabili come lo stesso pilota Incontro a Fairpoint in cui il nemico è l’ormai famoso Q, un’entità simile a Dio. Un terribile inizio di stagione, con episodi uno meno interessante dell’altro, personaggi ancora così poco esplorati – per usare un termine caro alla serie – che è difficile sentirli come reali. Insopportabile il sorrisetto di Jonathan Frakes, l’elemento “bello” dell’equipaggio (una sorta di ridimensionamento del personaggio di Kirk), così come il costante esibizionismo di Stewart e delle sue ovvie straordinarie conoscenze dei testi di Shakespeare che rimandano allo spirito letterario voluto da Nicholas Meyer nelle sceneggiature dei film di Star Trek da lui curati.

Star Trek: The Next Generation alla sua prima stagione sopravvive al logoramento per chi decide di resistere e superare il primo scoglio, in netto miglioramento dal ventesimo episodio Cuore di Klingon in poi. Certo, su una stagione di 26 non è positivo raggiungere un livello di decenza costante dopo settimane di trasmissioni, ma è in quell’istante che si percepisce la bellezza dei personaggi: senza essercene accorti ne siamo improvvisamente schiavi, uomini a donne a cui ci si è inevitabilmente affezionati. Frakes smette di essere insopportabile, Stewart regge il ruolo con serietà dopo aver compreso che il suo contratto di sei anni sarebbe andato fino in fondo. Gli attori si calano nei loro panni in maniera decisa, scolpiscono le basi di quelle che saranno poi le loro uniche identità audiovisive, poiché molti non riusciranno a ricostruirsi una carriera separata dall’universo dell’Enterprise. Faranno eccezione pochi come ad esempio Will Wheaton, da ragazzino a blogger di fama mondiale e guest star ricorrente in numerosi show. È l’inizio di un nuovo caposaldo della storia della televisione.

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