Resident Evil (Paul W.S. Anderson, 2002)

Resident Evil: tanto rumore per nulla – di Roberto Manuel Palo.

Ormai è da parecchi anni che i videogiochi sono diventati vere e proprie esperienze filmiche. In molti giochi, addirittura, le sequenze animate durano di più delle sezioni di gioco, dividendo così i pareri degli hardcore gamers.

Nel lontano 1993 ci fu la prima pessima trasposizione filmica di un videogioco, Super Mario Brothers, passando poi per Mortal Kombat, Street Fighter ed altri che ricevettero sempre pareri negativi. Una delle poche trasposizioni di videogiochi che ha avuto un riscontro positivo è stata Silent Hill di Christoph Gans.

Tra Final Fantasy del 2001 e Silent Hill del 2006 si colloca Resident Evil del 2002, regista Paul W.S. Anderson, anche autore della bruttissima trasposizione di Mortal Kombat. Il film parla dell’Alveare, centro di sperimentazione chimico-farmaceutico sotterraneo della Umbrella Corporation, dove un gruppo di militari viene inviato, con due agenti di sicurezza che hanno perso la memoria, in seguito ad un’anomalia del computer Regina Rossa che ha sterminato tutto il personale.

Dovranno scoprire il motivo ritrovandosi ad affrontare orde di zombi nati grazie al rilascio di un virus contagioso che trasforma in morto vivente chi ne entra in contatto.

Un gran casino

A parte i cani-zombi, qualche location e il mostrone prodotto dal virus T la cui computer graphic stona completamente con gli attori carne ed ossa, c’è ben poco della serie video-ludica. In compenso troveremo HAL 9000, una trappola identica a quella de Il cubo con il laser che ti fa a fettine, il tenente Ripley sotto forma di Milla Jovovich e anche il maschio rambo col corpo di donna Michelle Rodriguez, ormai specializzata nel ruolo, oltre a migliaia di altre citazioni che hanno a che fare con tutto tranne che con il videogioco.

Tutto questo sciame di rimandi è sterile, noioso e il fracasso della colonna sonora di artisti come Marilyn Manson fa venire il mal di testa più che far salire l’adrenalina. Alla fine del film ho esclamato: “Mamma mia, finalmente è finito ‘sto casino”, con gran pace delle mie orecchie.

Io non nego la volontà tamarra, adrenalinica e action che Anderson voleva dare a Resident Evil, ma se il risultato finale è noia, sordità e totale assenza di godimento, allora c’è stato qualcosa che non funziona.

Una di queste cose è il sottogenere horror a cui questa pellicola è ascritta: zombie-movies. In fin dei conti non bisogna far molto per soddisfare un appassionato di tale sottogenere: bastano tanti zombi che camminano, tanti squartamenti e sbudellamenti, sangue e frattaglie, ed ecco che lo spettatore è contento.

Zombie-movie che non vola

Se in uno zombie-movies ci sono tanti zombie ma manca la parte splatter fondamentale, è un totale fallimento, e il film di Anderson lo è, non ci sono alibi: mancanza quasi completa di sangue escludendo la scena del corridoio dove era inevitabile che almeno qualche gocciolina cadesse; zombie che accarezzano invece di mordere, tanto che vediamo alcuni soldati che, completamente coperti dagli zombie, riescono ad essere portati in salvo in qualche modo, neanche fosse una sezione multiplayer di Left 4 Dead.

Sono queste caratteristiche la pietra tombale per un film che potrebbe vedere anche un bambino senza averne alcuna paura, a differenza del gioco che ti porta a fare un passo ogni cinque secondi perché hai timore di quello che potrebbe apparire all’improvviso nella stanza successiva o sotto la scrivania, al buio.

Sta per uscire il quinto capitolo, stesso regista di questo e del quarto. Amen! Di quest’ultimo – ResidentEvil: Afterlife – troverete qui la mia recensione.

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