Splice - CineFatti

Splice (Vincenzo Natali, 2009)

Splice, un inquietante Frankenstein contemporaneo dalla mente di Vincenzo Natali – di Fausto Vernazzani.

Dopo una serie di film low budget giunge il momento per Vincenzo Natali di espandere i suoi orizzonti in direzione di lidi più ambizioso. A molti autori capita di trovarsi sulla scrivania una montagna di soldi e di perdersi in questi al punto da realizzare un’immensa stupidaggine, ma non è questo il caso del regista canadese (italiano solo di nome), qui alle prese con una Frankenstein contemporaneo approvato da Guillermo Del ToroSplice.

Clive ed Elsa, due acclamati biochimici esperti di splicing alla Nerd Pharmaceutic, il campo che studia la possibilità di fondere insieme DNA di diverse specie animali per creare nuove proteine utili allo sfondamento delle barriere della medicina moderna. Dopo aver dato alla luce a una nuova specie, somigliante a sacchetti dell’immondizia viscidi e ammuffiti, i due protagonisti decidono che è il momento di andare oltre e di lavorare sul DNA umano. Tuttavia la Nerd non è affatto d’accordo per via di normali questioni etiche che non incontrerebbero il favore del pubblico. È così che Clive ed Elsa opereranno di nascosto per far nascere Dren, un esemplare umanoide il cui codice genetico è l’unione di una miriade di DNA differenti.

Leggendo una trama simile si pensa subito al genere di film in cui si urla “Oh mio Dio abbiamo creato un mostro, ci ucciderà tutti!” e di conseguenza ci si aspettano stragi e spargimenti di sangue a condire le grandi portate di domande sui limiti della scienza. Splice, invece, ci espone solo delle domande, non ci dà un piatto troppo forte e cruento da digerire, ma qualcosa dal tono basso e al contempo scioccante (le scene finali sono a dir poco da incubo) che sia soprattutto credibile.

Credibile è a tutti gli effetti l’aggettivo più adatto per descrivere il quarto lungometraggio di Natali, la figura stessa di Dren (interpretata dalla modella e attrice Delphine Chanéac) a vedersi non sembra così impossibile, ma a rendere tutto più reale è il grosso lavoro svolto sui due protagonisti Adrien Brody e Sarah Polley. Raro poter dire di riuscire a ricostruire la storia dei personaggi basandosi solo su pochi dialoghi, musiche e soprattutto sui costumi (Alex Cavanagh), semplicemente perfetti per la caratterizzazione dei biochimici. Inutile dire che gli attori sono magnifici, interpretazioni eccezionali e un Brody che come sempre calza in maniera perfetta in qualunque veste si cali.

Vincenzo Natali vuole impressionare l’uomo vero, non il finto personaggio dalle straordinarie qualità, ma quello seduto sulla poltrona a guardare il film, il quale potrebbe facilmente aver condiviso le medesime condizioni di vita di Clive ed Elsa. Basandosi su questo principio, l’ottima regia del canadese si fonda su un’imposizione frontale del pericolo, osservato dal basso verso l’alto come qualcosa verso cui noi siamo impotenti.

In questo caso si tratta della natura umana, osservata di profilo nel suo finale (definitivo) come la Madre di un essere mostruoso che forse andrebbe davvero controllato e tenuto ammanettato da quelle futili regole come l’etica, la morale, l’idea che spesso è meglio non correre troppo lontano dalle verità che si sanno controllare. Natali con Splice ci pone di fronte la risposta all’annosa questione cinematografica e letteraria: chi è il mostro, l’uomo o la bestia? L’uomo. Non ci si perde in chiacchiere, dritti al punto, un’idea che il regista sostiene da sempre nella sua carriera cinematografica costituita da film corredati solo da punti esclamativi e mai da interrogativi.

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