Prometheus - CineFatti

Prometheus (Ridley Scott, 2012)

 

«Big things have small beginnings» è una delle sentenze di David (Michael Fassbender), ’affermazione stesa alla perfezione sulla domanda dietro la genesi di Prometheus: perché al cinema nessuno si è chiesto quale fosse la storia dello Space Jockey, un dettaglio inquietante che torreggiava sullo sfondo in Alien.

A porsi la questione è lo stesso Ridley Scott, più una leggenda che un regista. Anno dopo anno però Scott si è lasciato andare a film sempre peggiori, trovando più riconoscimenti in blockbuster privi di forza (Il gladiatore) o di tutto (Soldato Jane, Le crociate).

A distanza di 30 anni, ritorna al genere alla cui crescita ha contribuito coi capolavori Alien e Blade Runner, per riprendere le redini di una saga sfuggitagli per finire nelle mani illustri di Cameron (Aliens), Fincher (Alien³) e Jeunet (Alien Resurrection).

Cos’è lo Space Jockey? In un commentario nell’edizione speciale di Alien del 2003, Scott si concentra sull’immenso scheletro (esoscheletro? cadavere?) alieno, seduto davanti a un enorme cannone di un’’astronave distrutta da un probabile atterraggio mal riuscito.

Da quella domanda nasce il primo concept di Prometheus, il cui scopo sarebbe stato quello di esplorare la storia di quell’essere chiamato arbitrariamente dai fan del film lo Space Jockey, un nome che non ha un significato né un riferimento a cui aggrapparsi.

I primi vagiti nascono anni dopo con l’apporto importante sia della sua squadra di designer, guidata da Arthur Max e lo stesso Ridley, dai tempi di Soldato Jane nel reparto ’art direction per i suoi film, sia lo sceneggiatore Jon Spaihts.

I primi respiri non avevano niente a che fare con il film che il 14 Settembre uscirà nelle sale italiane, con notevole ritardo e mancata pubblicità adeguata, storie di una giungla in cui alieni umanoidi accolgono gli umani per mostrare come creare la vita.

Spaiht non fu sufficiente, al team in pre-produzione si aggiunse Damon Lindelof, una delle nuove star nel campo della scrittura cinematografica e televisiva (tra gli autori di buona parte degli episodi di Lost), giunto a stravolgere l’’idea iniziale.

Adesso è uno dei film di fantascienza pronti a fare da pilastro per la nuova generazione filo-fantascientifica, da anni con la necessità di avere una nuova Stele di Rosetta a cui fare riferimento per tradurre l’oggi nel linguaggio immaginativo di domani.

Duncan Jones e Vincenzo Natali sono tra chi ci è andato più vicino coi rispettivi Moon e Splice (aspettiamo il suo adattamento del Neuromante), ma il ritorno ai grandi nomi della letteratura del genere era ciò che si doveva adottare con più enfasi, riagganciarsi alle basi per spingersi un passetto più avanti. Ridley Scott cita Asimov, rimanendo ancorato a Philip K. Dick (Blade Runner rimane la migliore trasposizione da un suo romanzo).

Un preambolo che trovo necessario per un film destinato a diventare un cult per buona parte degli spettatori appassionati al genere, un preambolo che trova la sua utilità in uno scopo un po’’ particolare: Prometheus ha un difetto innegabile, senza i suoi viral usciti in precedenza in rete, perde punti e diventa di più ardua comprensione.

Un pezzo alla volta il marketing di Prometheus ha costruito delle attese elevatissime, presentando poco’ alla volta i personaggi principali con delle clip non estratte direttamente dal film, a cominciare con una TED talk del 2023, in cui Peter Weyland (Guy Pearce) racconta la sua idea per il futuro: diventare degli dei con i primi robot dotati di una evoluta intelligenza artificiale.

A seguire c’’è la presentazione di David, l’’androide capace di qualunque cosa, interpretato da un Fassbender che se non riceverà quanto meno una nomination agli Oscar come Miglior Attore non Protagonista, subirà un torto non indifferente.

Sono 2 minuti e 28 secondi in cui capiamo l’importanza del robot, di cosa è capace, di come l’’esperienza vissuta lo modifichi un po’’ alla volta, sottolineando il passare del tempo facendogli gli auguri con questo video promozionale della Weyland Enterprises.

Terzo viral (in realtà quarto, ma il primo fu incorporato nel secondo) riguarda la Dottoressa Elizabeth Shaw, con una Noomi Rapace che rappresenta per Hollywood il miglior acquisto degli ultimi anni dopo Marion Cotillard.

Shaw invia messaggi a non finire a Weyland, ‘anta anni dopo la TED talk di cui sopra, per spingerlo a finanziare un progetto il cui obiettivo è quello di incontrare il creatore della razza umana, una figura a noi subito familiare sin dall’inizio di Prometheus.

Il percorso pubblicitario si integra così nell’’opera cinematografica. L’’astronave Prometheus è una spedizione inviata in un angolo lontano della galassia, un viaggio per incontrare gli Ingegneri teorizzati dalla Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e Charlie Holloway (Lohan Marshall Green).

Gli ingegneri, una razza aliena che secondo loro avrebbe lasciato segni in tutte le culture più antiche affinché gli umani recepissero un giorno l’’invito a raggiungerli sulla lontana Luna LV-223 per scoprire le origini della vita, quelle viste nel prologo.

Finanziati per amor di fede dall’’industriale e guru tecnologico Peter Weyland, recentemente deceduto, attraversano lo spazio dormendo per anni osservati dall’’androide David, sveglio e fan di Lawrence d’’Arabia, sempre più cosciente di chi è, di cosa debba fare e della sua individualità.

A guidare l’equipaggio vi è il supervisore Meredith Vickers (l’’algida Charlize Theron), sotto di lei il Capitano Janek (Idris Elba a dimostrare di cosa è capace) e la squadra scientifica che include il geologo (Sean Harris) e il biologo (Rafe Spall).

L’’atterraggio sul pianeta dà conferma immediata della presenza di un qualcosa di alieno e al contempo di una presenza pericolosa. Spiegare oltre sarebbe un crimine, Ridley Scott con l’’aiuto delle abili penne di Spaiht e Lindelof sfiora il capolavoro.

Riprende i toni horror del padre Alien e si spinge più in avanti nell’’elaborazione del design e della visione di un mondo futuristico, riconoscendo i limiti di ciò che fu e facendo buon uso dei materiali del presente, senza eccedere. La creatura creata da Giger e Rambaldi non fa più paura dopo tanti film come protagonista? Nessun problema, il team Scott & Max disegna nuove spaventose opportunità.

La regia di Scott abbandona il manierismo da cui era posseduto, le inquadrature sono ragionate, fatte per raccontare senza l’ausilio delle parole, importanti, certo, ma mai quanto l’’elemento visivo, padrone assoluto. Partendo dal creature design, fino ad arrivare ai costumi di Janty Yates e alle scenografie di Sonja Klaus.

Una visione filmica antropocentrica e “robocentrica” stimolata alla creazione della tensione, all’’escalation verso scene che strangoleranno anche gli stomaci più resistenti degli spettatori grazie all’esperienza del montatore Pietro Scalia.

La credibilità del concetto alla base è il punto di forza, non c’’è motivo per cui niente di tutto ciò possa essere definito irreale, eccetto i comportamenti di alcuni personaggi, grazie a una regia che sottolinea di volta in volta La domanda: “perché non potrebbe essere vero?”

Dalla fotografia senza speranze di Dariusz Wolski alle ottime e mai pompose musiche di Marc Streitenfield, Prometheus è un film destinato a rimanere nella storia se la gente lo saprà accogliere per quello che è, per un figlio ben nutrito e cresciuto, maturo abbastanza per poter essere considerato un prodotto finalmente staccatosi dai suoi predecessori: Blade Runner, Alien, Ghost in the Shell, Avalon, ecc..

Meriterebbe l’’attenzione degli Oscar, per gli effetti speciali, per i costumi, la colonna sonora e le scenografie, ma anche per la regia, la fotografia e, mi permetto di sbilanciarmi, come miglior film, pur avendo tra i tanti concorrenti, ciò che pare essere il capolavoro di Paul Thomas Anderson, The Master. Tutto ciò che conta è che questa nuova perla della fantascienza e felice ritorno di Ridley Scott (mi era mancato immensamente) sia accolto come merita, come un Film degno quanto tutti gli altri.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

4 pensieri su “Prometheus (Ridley Scott, 2012)

    1. Vorrei vantare una conoscenza dell’Antico Testamento per poter rispondere al meglio! Ma da quello che mi sono andato a leggere direi che, sì, diamine, direi che la tua lettura è assai interessante e andrebbe approfondita. Del resto è evidente che con l’età Ridley Scott ama dirigere film pregni di riferimenti – al di là della qualità – e con intenzioni oltre il commerciale. Se si pensa al palese Paradise Lost di Milton ripreso per il sequel di Prometheus, poi. Mi sa che andrò a informarmi un po’ di più sulla cosa (magari ha implicazioni sul sequel che non riesco a vedere da “profano”?)

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