My Way (Kang Je-kyu, 2011)

My Way: dall’americanata alla “coreanata” – di Fausto Vernazzani.

Il patriottismo talvolta raggiunge vette talmente alte da superare l’effettivo punto massimo raggiungibile, un po’ come se Reinhold Messner fosse salito 100m più in alto della cima dell’Everest. Kang Je-kyu, regista di fama mondiale per le sue due hit Shiri e Brothers of War, sembra deciso a creare un aggettivo che potrebbe far compagnia alla mondiale americanata: la coreanata.

La storia racconta la corsa di Kim Jun-shik, un abile corridore nato nella Corea ancora occupata dall’Impero del Giappone, vincitore di diverse maratone nazionali, ma spesso alla pari col figlio del suo padrone: Tatsuo Hasegawa. La guerra inizia, le ingiustizie e il razzismo infliggono alla penisola un dolore indelebile e l’odio tra Tatsuo e Jun-shik cresce senza un motivo degno di essere menzionato.

My Way inizia dopo tutto ciò, il viaggio di Kim Jun-shik sarà lungo ed ispirato ad una storia vera, quella di Yang Kyoungjong, un uomo costretto a combattere prima per l’Armata Imperiale, poi, dopo settimane chiuso in un gelido Gulag, a schierarsi con l’Armata Rossa e, infine, con la Wermacht, nel luogo più pericoloso di tutti, la Normandia.

Fonti storiche raccontano del ritrovamento di Kyoungjong sul campo di battaglia che vide scorrere il sangue di migliaia nel giorno a noi noto come D-Day. Due ore di film che esplorano la Seconda Guerra Mondiale senza giudicare una fazione più cattiva dell’altra (del resto Giappone, Sovietici e Germania sono stati i più brutali, quindi come si potrebbe mai?), ma con la megalomania di un regista che ha voluto a tutti i costi sfoggiare il budget mostruoso che aveva a disposizione.

In due parti soltanto si può giudicare My Way: la prima è quella in cui ci si può godere una classica storia d’occupazione e un po’ del classico film sportivo in cui si rivendica ciò che è proprio di diritto, con due interpretazioni sufficientemente credibili fornite da Joe Odagiri e Jang Dong-gun.

La seconda sezione narra l’ego di Kang Je-kyu, proiettando sullo schermo immagini che sembrano uscite da Il nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud e, ovviamente, Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg, colosso sfidato dal coreano con coraggio ed audacia, seppur senza le stesse capacità narrative e lo stesso cuore.

My Way è un kolossal girato per l’Asia, per quei paesi che ancora nutrono rancore nei confronti di chi li ha schiacciati, come la Cina, ancora infuriata per le stragi subite, rappresentate qui dalla superstar cinese Fan Bingbing in un piccolo ruolo creato appositamente per dare il contentino a quel miliardo di persone che vivono un po’ più a sud.

Tuttavia non si può negare che il film possa fare effetto ad una platea globale grazie ad una regia furba e filo-spettatore, senza alcun guizzo di genio o d’originalità. È una qualunque storia di guerra ben orchestrata tra azione, disperazione e commozione, e quale materiale migliore della storia vera e toccante di un uomo che dopo tanta tragedia strappò per primo il traguardo alla Maratone delle Olimpiadi di Londra del 1948?

Una piccola “licenza registica” che Kang Je-kyu si è preso insieme al co-sceneggiatore Kim Byung-in, dato che la storia e i fatti ci ricordano che la Corea non arrivò nemmeno tra le prime dieci posizioni con nessuno dei suoi maratoneti…

 

 

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