Midsommar - CineFatti

#VenerdìHorror: Midsommar

Storie nascoste in pieno giorno per Ari Aster

Terzo venerdì horror di recupero e Midsommar era la presenza scontata per eccellenza. Hereditary anni fa sfiorò il capolavoro the Babadook e stavolta il regista Ari Aster al suo secondo film pur saltando meno in alto è riuscito ancora una volta a stupire. L’ironia è vederlo raggiungere il suo obiettivo col Sole di mezzanotte.

A meno di essere stati trascinati in sala convinti di vedere l’ultima commedia di Richard Curtis oppure siete solo un po’ svampiti, Midsommar non ha segreti: è un horror ambientato in una comunità svedese dove si preparano nove giorni di festeggiamenti propiziatori per le stagioni a venire.

Cosa potrà mai NON andare storto? Magari misteri incomprensibili nascosti negli angoli bui, ma di buio Midsommar non ha proprio niente. È alla luce del sole e chiunque sia a digiuno dei cliché del genere, niente paura: l’angosciante storia di Dani (Florence Pugh) è esattamente quanto ci vuole per tenervi sulle spine.

L’intera famiglia sterminata, suicidio. Il fidanzato Chris, un ragazzetto manipolatore senza spina dorsale. Amici? Non se ne vedono in giro, solo quel gruppo di maschi Alpha attorno al compagno, tra cui si distingue per cortesia e sorrisi smaglianti lo svedese Pelle. Guarda caso è proprio nel suo villaggio dove andranno insieme.

Non avete ancora capito che qualcosa andrà male? Problema vostro, mi spiace. Alla luce del sole di mezzanotte tra enormi prati verdi e coloratissimi fiori Midsommar è chiaro nelle sue intenzioni. Se non fosse che è tutta una magnifica finzione. È sufficiente il primo piano finale a smontare qualsiasi mia certezza.

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Crollano le colonne d’Ercole

Le stesse certezze calpestate sono alla base dell’horror: la certezza che non esista l’incredibile, che il bene sia resistente al male, dell’esistenza di un singolo piano razionale dell’esistenza. No. Midsommar è il tipico folk horror legato alla destabilizzazione degli ideali legate alla modernità.

Avanza una cultura positivista nell’Ottocento e la scienza cavalca il vapore dell’era industriale sino alla fede odierna nel calcolo dei mitici algoritmi. Il folk horror, invece, no: nega l’avanzamento, rifiuta le folle della metropoli moderna e torna, anzi, resta radicato alle usanze antiche, non necessariamente pagane o malvage.

In Midsommar è assente un concetto prepotente di divinità, resiste il rito.

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L’arroganza dell’uomo contemporaneo

Arriviamo alla prima delle due importanti certezze abbattute da Ari Aster: lo scontro tradizione/modernità è relativo, l’arroganza dei tre maschi statunitensi non si accompagna allo stupore dell’uomo industriale dinanzi alla forza dei rituali antichi. Vuole invece studiarlo.

Il bastardo Chris e il suo amico Josh entrambi ricercatori universitari osservano le prime cruente avvisaglie come differenze culturali da rispettare. La modernità entra nel passato per chiuderlo in un museo o tra quattro appunti su un quaderno, non impazzisce mentalmente dinanzi a un mondo creduto scomparso per sempre.

Tutt’altro, Chris è affascinato dalla distanza col suo universo, Josh è accecato dalla sua convinzione di comprendere una cultura lontana dalla sua e solo Dani e una coppia londinese portata lì dal fratello di Pelle sembrano avere un’idea del lento orrore che peraltro non si impegna così ardentemente per essere nascosto.

Alla luce del sole

Dicasi lo stesso per la trama reale del film, eppure, sciocco io probabilmente, non l’ho compreso fino alla fine. Ero convinto il come sarebbe stato il motore di Midsommar e fosse lì la sua bellezza estetica e narrativa, invece, come scrivevo, il finale mi ha fatto sentire un cretino: la protagonista è la presa di coscienza di Dani.

È sola, terrorizzata, nelle mani di un ragazzo così inutile dal non aver nemmeno deciso l’argomento della sua tesi quando Midsommar inizia. È una ragazza in caduta libera costretta a cercare un appiglio in qualunque cosa capiti a portata di unghie e denti: sopravvivere all’incessante dolore è la parola d’ordine.

In pochi secondi sul finale Aster con quel suo benedetto sole di mezzanotte ride in faccia allo spettatore convinto di avere un folk horror e basta anziché un film dell’orrore a sfoglie di cipolla. Il suo cuore compare proprio in fondo, quando l’ultima sfoglia è stata gettata via, ed è dopo 140 minuti un grande colpo di scena.

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Sposta l’occhio

Midsommar è una lezione di cinema: talvolta a seguire la situazione con troppa attenzione potremmo rischiare di perdere di vista i personaggi, un pericolo a cui siamo abituati negli horror confezionati ad hoc per un consumo da venticinque jump scare al secondo, sfottuto ampiamente da Quella casa nel bosco e non solo.

Sono stereotipati gli stessi protagonisti di Aster per evidenziare questo capovolgimento nel rapporto fra narrazione cinematografica e spettatore. A conti fatti su un set per creare un’oscurità assoluta hai bisogno di una luce potentissima: Aster non fa altro che questo.

Acceso il Sole si accinge a nascondere il suo fuoco d’artificio da far esplodere in pieno giorno. Se questo non è un regista degno di essere chiamato tale, allora non so chi possa esserlo. Però, però. Senza Florence Pugh, quella recitazione che agli Oscar meritava di essere premiata più di Piccole donne, non era nulla.

Trascorso un biennio da The Little Drummer Girl a Una famiglia al tappeto è evidente quanto Pugh sia versatile. Con Park Chan-wook ha tirato fuori sensualità e ingenuità mentre con Greta Gerwig la vanità maturata in pensiero adulto trova un’adeguata casa sul suo volto pieno. È una grande attrice, peraltro con un ottimo agente.

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Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

Un pensiero su “#VenerdìHorror: Midsommar

  1. Ci ho visto anche il cammino di una ragazza che esce dalla depressione e dal lutto, abbandona il conforto di cui pensa di avere bisogno ma che in realtà è solo una zavorra e accetta, in maniera un po’ nietzschiana la vita con il suo lato di tragedia (dove tragedia ha anche il valore di “teatro”). Sono contentissima di leggere una recensione così :) Quando sono andata a vederlo, il mio accompagnatore era su tutta un’altra scia di pensiero.
    L’unica cosa su cui non concordo tantissimo è l’entusiasmo per Florence Pugh: secondo me ha del potenziale, ma deve ancora crescere tanto. E che per carità le cambino acconciatura di tanto in tanto :D
    Flo’

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