Mindhunter - CineFatti

Mindhunter, il mostro in mostra

 Il Novecento genera mostri nella serie a cinque stelle Mindhunter.

Guardare War for the Planet of the Apes mi ha aiutato a riflettere sulla classica domanda, chi è l’uomo e chi è la bestia? Quest’ultima, il mostro sul futuro pianeta delle scimmie non ha interesse verso l’umanità, sceglie di essere bestia con tutti i suoi (s)vantaggi. Il mostro parla in prima persona di sé ostentando le differenze. Come in Mindhunter.

Freak Show

La nuova serie prodotta da Charlize Theron e David Fincher, anche curatore e regista di ben 4 episodi su 10, adattando la storia di come il profiling entrò di petto nelle rigide stanze della FBI dà voce al feticismo della follia dietro il copioso sangue protagonista di tutta quella serialità a sfondo criminale. È un freak show su mostri consapevoli.

È il mostro a raccontarsi a Holden Ford e Bill Tench in un excursus semi-storico, partendo dalla figura razionale dai rimandi fisici mostruosi Ed Kemper ai più contemporanei folli assassini efferati e sboccati, come il cinema che partì dal corpo e arrivò alla sua esplosione violenta, verso la graficità dei giorni nostri.

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Nella mente del serial killer

Quella messa in discussione dello stato fisico che in Mindhunter si riflette rispondendo alle serie che hanno mostrato fino al parossismo – pensiamo ai cadaveri orribili della quasi-comedy Bones  – andando dentro la psicologia dei criminali braccati dalle mille squadre televisive. Si vola dal tavolo operatorio e la scena del crimine al chi.

La curiosità dello spettatore è incarnata da Holden, un personaggio intollerabile del perfetto Jonathan Groff, il cui desiderio è prevenire i crimini ricostruendo lo schema di pensiero della follia omicida, indagata intervistando quei serial killer già portati alla giustizia. Lo aiuta il Bill di Holt McCallany, schietto e più accessibile di Holden.

Insieme e non sempre in accordo percorrono una scala a chiocciola diretta verso il confine tra umanità e mostruosità, trascinati nella mente o nella rete del serial killer. Circo degli orrori per cui cresce la dipendendenza di Holden o il crollo dei nervi del partner Bill Tench, entrambe reazioni perfettamente umane dinanzi ai mostri.

Il fascino del proibito

Ci si divide tra il fascino quasi da collezionista per questi freak al riconoscimento della devastazione mentale cosciente con cui essi si presentano nella gabbia, creature che fanno delle loro fattezze umane una disturbante mutazione mostruosa: la maschera lucida di Kemper, la perversione di Brudos, l’inferno sulla pelle di Speck.

Ognuno di loro nella splendida regia di Fincher e degli altri, il danese Tobias Lindholm, il documentarista Asif Kapadia (ricordate Senna?) e la sorpresa Andrew Douglas, è raccontato dalle immagini prima di tutto nel corpo e solo successivamente la personalità deviata e deviante è messa in esposizione sul tavolo dell’interrogatorio.

Una porta sulla dis-umanità

Freak show in cui il tema portante sono le porte aperte o chiuse, le finestre incerte della misteriosa storyline del gattino mai visto di Wendy Carr, la Anna Torv professoressa di psicologia a testa alta e fiera di sé che trova nello studio un’oscurità da nutrire, ma a cui dare un volto o un’emozione può essere fatale per il proprio umore.

È quanto accade a ogni personaggio, in una scena stupenda del nono episodio in cui ognuno degli eroi perseguitati o scesi a compromessi coi propri mostri sceglie di chiudersi una porta alle spalle, stringersi alla propria umanità. Finché all’esterno un’altra non si apre riportandoli al fondo di questa dove ormai vivono.

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A lezione di montaggio

Ed è quanto di più perfetto ci possa essere come esempio di montaggio e linguaggio cinematografico. In una delle serie più verbose dai tempi del The Newsroom di Aaron Sorkin le immagini hanno un ruolo principesco, incastonate in una sintassi tanto liscia da lasciar credere che la squadra di montatori siano in realtà emissari divini.

Insomma, Netflix con questa sua ultima importante produzione originale pubblicata il 13 ottobre scorso ha dimostrato forse più che con gli exploit filmici come sia capace di avere nelle proprie file del grande cinema. Anche se a puntate, perché tanto ormai quando si dà in mano a gente come Fincher idee simili il confine è labile.

Sparisce all’ombra di cotanto autore anche il nome di Joe Penhall, il creatore originario di Mindhunter, perso dietro la grandezza tecnica e l’empatia sconfinata verso i suoi singoli personaggi, così come l’antipatia misurata che rende l’Holden Ford di Jonathan Groff una novità freschissima nel panorama seriale contemporaneo.

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Il cinema in Tv o viceversa?

Niente di tutto ciò che accade sullo schermo di Mindhunter non meriterebbe di essere proiettato in una sala cinematografica, dal primo all’ultimo meraviglioso episodio. È teso al grande schermo, è il piccolo che tenta in tutti i modi di sfondare le barriere, con le immense didascalie che annunciano i luoghi che lasciano crepe sui bordi del televisore.

Mindhunter se osservato nel modo giusto ha il potenziale di essere un terremoto nella serialità televisiva. Più di quanto furono le prime originals di Netflix, House of Cards e Orange is the New Black (l’unica tra le due ad aver saputo come rinnovarsi e a toccare temi diventati caldi nel tempo). Non stupisce che alla sede di Los Gatos abbiano deciso per il rinnovo di Mindhunter mesi e mesi prima dell’uscita online.

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Concludiamo con una nota, Cameron Britton come Ed Kemper è certamente in cima alle migliori interpretazioni televisive dell’anno. Non dategli un premio, dategli una carriera.

Fausto Vernazzani

5 pensieri su “Mindhunter, il mostro in mostra

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