Senna (Asif Kapadia, 2010)

di Elio Di Pace.

Il documentario Senna è stato proiettato per la prima volta il 7 ottobre del 2010 a Suzuka, dove si tiene quel gran premio del Giappone più volte decisivo per gli esiti del mondiale di Formula 1, prima a favore di Senna e poi a favore di Prost, poi ancora a favore di Senna. Il regista, Asif Kapadia (inglese di origini indiane) è stato affiancato nella produzione da Kevin Macdonald (uno degli alfieri del cinema documentario contemporaneo con La morte sospesa, egregio anche nel cinema di finzione con L’ultimo re di Scozia e State of Play), ha vinto il premio del pubblico al Sundance 2011 ed è fresco di conquista del BAFTA per il miglior documentario e per il miglior montaggio.

Kapadia, per raccontare questa storia che conoscono tutti, ha usato materiale televisivo per gran parte non solo inedito (molto proviene dagli archivi della famiglia Senna) ma anche atipico: mai in un documentario di montaggio (quindi interamente composto di immagini d’archivio, senza neanche intermezzi colloquiali con i testimoni, in questo caso) si era vista una profusione tale di primi piani, per i quali la faccia di Ayrton Senna, malinconica fin dalla giovinezza, racconta più di cento pagine di un libro; difficile anche solo immaginare che un attore possa riprodurre la stessa carica espressiva.

Le parole registrate dal vivo vengono selezionate con criteri a effetto: “Stai attento, hai ancora molto da fare”, dice un medico dopo l’incidente in Messico. Oppure, nel pre-gara fatale, le parole dello stesso Senna: “Il nostro campionato inizia qui”. A Imola, la morte è prefigurata cinematograficamente attraverso alcune immagini simboliche: la tuta appesa a una stampella, il telo blu adagiato sulla Williams, come si fa con un lenzuolo su un cadavere.

Mia madre, che ha voluto vedere il finale del film insieme a me, ricorda quel gran premio. Molti avevano già fatto gravi incidenti durante le prove. Un giovanissimo Barrichello si salvò per miracolo, Ratzanberger invece morì. Senna seguiva dai box, lo ha sempre fatto, lui, il campione con il maggior numero di incidenti a curriculum, voleva sempre andare sul posto, quando succedeva a qualche collega.  Ed è curioso che, prima di vedere Senna, io abbia recuperato il sublime La grande estasi dell’intagliatore Steiner di Werner Herzog, sul campione di salto con gli sci che non voleva mai sapere se qualcuno prima di lui fosse caduto e si fosse ferito. Senna sapeva che era rischioso gareggiare, anche perché la sua macchina era instabile. Molti gli suggerirono di non disputare la corsa, ma sappiamo che non lo convinsero. E mia madre oggi, a quasi diciott’anni dall’accaduto, si è lasciata andare: “Ti prego, non lo fare”.

Questo dimostra (qualora ce ne sia ancora bisogno, nel 2012) che il documentario non è un genere, come vogliono farci credere i palinsesti televisivi, ma uno stile, un metodo, per meglio dire. Anche nella presa diretta (sia audio che video) della realtà ci sono espedienti utili a raggiungere ciò che è convenzionalmente insito nel cinema di finzione: emozioni, insegnamenti e anche, perché no?, intrattenimento. Nella vita della gente si nasconde tutto ciò. Anche nella vita di Senna, che è un romanzo. Che è una storia. Che è Storia.

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