Alien: Covenant - CineFatti

L’immagine e Alien: Covenant per Ridley Scott

Passato alle spalle e futuro in spalla per il Ridley Scott di Alien: Covenant.

Al soggetto ‘Ridley Scott‘ seguono oggi verbi coniugati al passato. Balzando da un profilo social all’altro si legge che Scott era un grande regista, diresse grandi film, aveva una visione. Devo ammettere che con l’ultimo suo tassello Alien: Covenant sono spinto, invece, a credere che col regista di Alien si debba parlare al futuro.

La Covenant e Scott

Se volessimo ora potremmo sederci e discutere di Alien: Covenant come di un film indipendente dal resto della filmografia di Scott. Non parlo solo della saga dello Xenomorpho, mai stata in toto proprietà del suo primo regista, se consideriamo la pluralità di stili che hanno affrontato la sua creatura nata nel 1979.

Ridley Scott da Robin Hood in poi è cambiato. Ha diretto ottimi film in quel periodo di stanca dalla fine degli anni ’90 al primo decennio dei 2000, Black Hawk Down e American Gangster sono due esempi illustri, ma con la “vera storia di Robin Hood” sotto lo sguardo della sua macchina da presa, se ragioniamo, è possibile vedere una piccola mutazione.

Ho visto cose…

È sempre stato un regista dall’incredibile talento visuale prima che narrativo. I duellanti, Alien e Blade Runner trasmettono meglio attraverso le immagini che con la narrazione convenzionale. Coi personaggi vediamo cose, parafrasando Roy Batty, più che sentirle. Ridley Scott è un regista cinematografico puro al 100% sin dagli esordi.

La macchina hollywoodiana col successo l’ha però messo di fronte alla necessità di curare con maggiore attenzione anche l’aspetto più omologato del cinema USA, un compromesso che ci ha dato uno dei suoi migliori film in assoluto, il più importante da un punto di vista sociale. Ovviamento mi riferisco a Thelma & Louise.

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Ridley Scott Megaverse: Fase 2

In seguito a questa Fase 2 la sua regia ha conosciuto alti e bassi, artistici e non di certo commerciali se consideriamo la fortuna de Il gladiatore, un film di cui non sono affatto un fan, non lo nascondo. Con Robin Hood però è tornata quella sua passione iniziale, probabilmente anche “grazie” ai fallimenti postMassimo Decimo Meridio.

Il taglio grafico è tornato in auge, a scapito delle storie, talvolta con falle logiche impressionanti che ne pregiudicano il risultato finale. Se agli inizi funzionava era grazie a un lavoro sopraffino nella stesura di una sceneggiatura per immagini. Oggi le due cose sembrano essere costruite in separata sede e poi incollate l’una sull’altra.

Non c’è da stupirsi dunque se Robin Hood e Prometheus non hanno funzionato al massimo del loro potenziale, entrambi costellati da incongruenze impossibili da scartare, soprattutto il secondo, pur essendo un film nettamente superiore rispetto al ritorno dell’arciere di Sherwood. Dietro Prometheus, del resto, c’è una grande Idea.

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Ambiziosa grandiosità

A questo punto possiamo scegliere di lasciarci accecare dalla stupidità e dalla banalità di alcuni dettagli narrativi di Prometheus. Non potrò mai dimenticare l’esobiologo che si avvicina a una creatura aliena come se fosse uno scoiattolino carino. Però posso decidere di tornare a concentrarmi sull’aspetto principale, ovvero quello registico.

Prometheus sul grande schermo era un vero capolavoro. L’idea, anzi, il progetto dietro questo ritorno all’Alien del 1979 e alle sue origini (la tendenza a raccontare la genesi del nostro immaginario passato è una caratteristica del tempo presente) era percepibile in ogni inquadratura, tutte rivolte a un’espressione di grandiosità divenuta rara.

Al cinema ho avuto la sensazione di tornare alla meraviglia del CinemaScope quando emerse decenni fa, Prometheus in IMAX e 3D era una visione spettacolare e parte di questa sua bellezza è ancora palpabile sul piccolo schermo su cui inevitabilmente possiamo rivederlo (e dobbiamo rivederlo) ancora oggi.

Inciampare sulla Covenant

Alien: Covenant purtroppo fa un passo indietro su entrambi i fronti, ma resta un film prima di tutto da vedere. Forse settandolo sul muto sopporteremmo meglio i suoi difetti e apprezzeremmo ancor di più l’importante talento di Ridley Scott, mai scemato e anzi accresciuto col tempo, quasi il digitale gli stesse dando nuova linfa vitale.

Il suo peccato è l’aver dato retta ai fan e corretto l’errore sbagliato. Prometheus non aveva bisogno dello Xenomorpho classico, ma di un tasso maggiore di credibilità, perché oggi il pubblico desidera (spesso sbagliando) vedere storie il più realistiche possibile anche nelle produzioni di stampo fantastico. In Covenant mancano ancora.

Colonizzatori di pianeti privi di alcuna cura e competenza, un equipaggio che sembra non essere mai stato sottoposto a nessun addestramento, in alcuni casi sono persino stupidi oltre ogni immaginazione. Seguire loro è come condannare a morte il film, Covenant può essere giudicato male a caldo e diversamente a freddo.

Dico diversamente perché non si può dire che Covenant sia un grande film, nonostante abbia una gigantesca doppia interpretazione di Michael Fassbender, a cui il ruolo di David e Walter deve piacere da impazzire visti i risultati. Ma, come appunto cerco di spiegare, è ancora una volta un esempio di magnificenza visiva.

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“Ammirate la mia opera e disperate!”

La scena nell’immagine di copertina, il momento in cui David realizza la sua visione del poemetto Ozymandias di Lord Byron, è un’evoluzione perfetta delle Sette Piaghe d’Egitto dirette in modo sublime nel suo precedente Exodus: Of Gods and Kings. È un momento di puro spettacolo da cui molti registi odierni potrebbero imparare tantissimo.

Perché oggi eccetto alcuni autori si è perso il talento nel raccontare per immagini prima di tutto cinematografiche. Dei recenti, per non citare per forza nomi illustri che sicuramente sanno ancora come lavorare (Silence di Scorsese è più Cinema di mezza produzione contemporanea), possiamo ricordare Jon Favreau e Jordan Vogt-Roberts.

Ridley Scott da Robin Hood in poi è tornato a fare cinema. Come Raffaele Meale ricorda nella sua recensione di The Assassin, “l’essenza dell’immagine” e “avere uno sguardo” sono due elementi imprescindibili nella costruzione di un’opera filmica. Alien: Covenant, così come Prometheus, deve sottostare a questo dogma quando formuliamo un giudizio.

Verso il futuro e oltre!

È vero che se una pellicola cerca di conciliare due visioni deve essere capace di farlo in modo corretto per entrambe le sue personalità se vuole ottenere un’opera completa rispetto alle intenzioni di partenza, però è al contempo vero che di fronte alla perfezione stilistica della metà immaginifica, la principale nell’industria cinematografica, non dobbiamo rimanere inerti. È ciò che prima di tutto costituisce il cinema.

Nella presente fase della carriera di Ridley Scott questo elemento sembra essere tornato in cima ai suoi pensieri, in crescita rispetto a film raccapriccianti come Il mago della truffa o Soldato Jane. Proprio per questa ragione, tornando a quanto scritto all’inizio dell’articolo, sono convinto che quando parliamo di Ridley Scott non dobbiamo rimanere incastrati nel passato, ma sederci e attendere i suoi prossimi passi nel Cinema.

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Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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