BERLINO63: Effetti Collaterali (Steven Soderbergh, 2013)

Gli effetti collaterali del giallo à la Steven Soderbergh.

Steven Soderbergh vive la sua carriera seduto su di un’altalena, dondola giorno dopo giorno parlando di argomenti alla rinfusa, dirige film su film con la stessa rapidità con cui Usain Bolt copre i 200m, salta da un genere all’altro nel tempo in cui l’altalena completa la sua arcata. Alcuni toccano il cielo, altri quasi strisciano per terra. Negli ultimi tempi lo abbiamo visto con il pessimo Haywire, il ridicolo Contagion ed il discreto Magic Mike, ma alla Berlinale – post Sundance – ci ha fatto capire come questa volta voleva spingersi in alto: missione compiuta con il thriller psicologico Effetti Collaterali.

Martin (Channing Tatum) è uscito di prigione, accolto a braccia aperte da sua moglie Emily (Rooney Mara) affetta da crisi depressive e responsabile di un tentato suicidio. Dopo essersi schiantata contro un muro con la macchina, viene presa come paziente dallo psichiatra di turno nell’ospedale dov’era ricoverata, il Dr. Jonathan Banks (Jude Law). Dopo diverse sessioni di terapia, un farmaco causa una forma di sonnambulismo estremo in lei, al punto da spingerla ad uccidere suo marito Martin. Sufficiente a far scoppiare un caso contro di lei e contro Banks.

Nasce come critica all’abuso di farmaci, alla compravendita della felicità in pillole da parte delle aziende farmaceutiche, cambia forma con gli elementi tipici del dramma personale, poi prende uno sviluppo inaspettato e sboccia un principio di legal-thriller, ma sul finale sorprende rientrando in schemi più semplici, familiari: è un giallo.

Soderbergh fa faville, rompe le regole del genere con una regia quasi anonima, come se il suo autografo fosse una banale X i cui quattro punti estremi delle linee rappresentano la caratteristica sufficiente per riconoscere e dare peso ad un suo film. Il naturalismo, il tema dell’intimità psicologica, il cliché dei denti rovinati per indicare il malvivente della situazione, la fotografia dai colori carnali: sono tutti tratti distintivi inconfondibili.

Forse un caso che la terza collaborazione con lo sceneggiatore Scott Z. Burns abbia funzionato questa volta, ma fato o no, Effetti Collaterali funziona e riesce nel suo intento di rappresentare una continua sorpresa per l’audience, spinta prima da un lato e poi dall’altro a chiedersi cosa e come maturando un interesse unico arrotolato ad elica sia verso l’aspetto contenutistico che formale.

Giova agli attori essere di fronte ad un testo credibile nonostante i suoi momenti poco riusciti – uno psichiatra non molto informato su un farmaco prescritto; relazioni un po’ troppo forzate – dando così una seconda chance al protagonista Jude Law, ora eroe dopo il ruolo di blogger folle in Contagion, ottimo com’è sua abitudine, e a Rooney Mara, finora vista solo come fantoccio nel Millennium di Fincher.  Se è vero che la carriera di Soderbergh sta per raggiungere il capolinea per sua scelta, è doveroso dire che mancherà proprio perché non vedremo più questi momenti in cui la sua altalena si congela nel tempo con la faccia rivolta verso il cielo.

Fausto Vernazzani

2 pensieri su “BERLINO63: Effetti Collaterali (Steven Soderbergh, 2013)

    1. Figurati che a Berlino andammo preparati per goderci una di quelle stupidaggini colossali alla Contagion o simili, ma poi ci siam trovati di fronte ad un thriller ben fatto! E’ stata una bella sorpresa, nonostante venga da un occhialuto che s’è ormai fuso il cervello! Anche se pure Magic Mike a me non è dispiaciuto, nonostante la stupidità di fondo!

      Fausto

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