The Stand, Episodio 6 - CineFatti

The Stand, un diario: Episodio 6

Quando tutto andò letteralmente al diavolo

CBS All Access, mi avevi illuso. Correvo felice coi tuoi episodi di the Stand e tu all’improvviso mi hai tolto la terra da sotto i piedi, facendomi rotolare verso il basso, senza interruzioni. Il sesto episodio the Vigil pubblicato sulla piattaforma il 21 gennaio è il peggiore visto finora, ma “peggiore” non rende l’idea: è veramente un brutto. Ecco, non je puoi di’ stupidino quando si raggiungono livelli così bassi, facendo pezzi pezzi tutto il buon lavoro fatto sino al quarto. Alla regia abbiamo di nuovo Chris Fisher, in scrittura invece ancora Jill Killington e Knate Lee.

Avevo tanto atteso New Vegas e quando ci siamo arrivati avrei preferito tornare alla noia di Boulder. Avevo tanto atteso il mio adorato Pattume e quando l’ho incontrato nel prologo di the Vigil avrei preferito lo avessero cancellato dalla serie così come hanno fatto fuori il suo compagno di viaggio pandemico, The Kid. Non è un’apparizione che potrebbero essersi riservati per il futuro, il personaggio interpretato da Marilyn Manson è stato spazzato via, lasciando al Pattume di Ezra Miller una terra desolata: chi è? che vuole? che fa? da dove viene?

Televisione spazzatura

L’intero background di un personaggio fondamentale del romanzo è ridotto all’osso. Il Gollum de L’ombra dello scorpione è un folle amante degli esplosivi e delle fiamme che giustamente si attizza come un fuoco ardente quando Randall Flagg gli appare di nero vestito promettendogli la distruzione di tutto ciò che lo ha vessato. Piccolo intermezzo: ho sempre pensato Pattume fosse Gollum mentre Tom Cullen il buon Smeagol, le due anime del personaggio divise nei due uomini in cui nessuno crederebbe per una svolta importante della storia.

Niente storia a sostenere le motivazioni di Pattume? Vabbè, posso dispiacermi e andare oltre, neanche di Nick Andros sappiamo nulla e siamo sopravvissuti, ma quanto meno Henry Zaga fa un buon lavoro. Ezra Miller dovrebbe essere una delle stelle di punta di the Stand, invece recita sibilando e strozzando in gola le parole risultando ridicolo. È allucinante quanto Pattume sia stato trasformato nello scemo del villaggio a cui riesce persino difficile pronunciare l’iconico My life for you che Matt Frewer nella miniserie del 1994 rese veramente bene.

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Pattume aka Trashcan Man.

Al momento trovo sorprendente come il meglio della miniserie ABC di Mick Garris si riveli essere il peggio della produzione CBS. Vorrei conoscerne le ragioni, è inevitabile porsi una domanda: forse cancellando The Kid e riducendo gli episodi da dieci a nove hanno penalizzato proprio la rappresentazione di Pattume? Voi potrete benissimo dirmi che coi se e coi ma si costruiscono solo castelli di carte e io potrò solo rispondervi con un mesto, avete ragione. Pattume è una macchietta, sporca e ridanciana. Ezra, eccheccazzo.

Dal pattume al pacchiano

Superato il prologo in cui siamo introdotti all’armaiolo Pattume, esploriamo ancora gli eventi di New Vegas. Abbiamo capito che Randall Flagg (Alexander Skarsgård) conosce i piani del comitato della zona libera di Boulder, Dayna Jurgens si è uccisa davanti ai suoi occhi per non rivelare il nome della terza spia e sa che sta per arrivare la giudice Farris. Ora mi domando io, Dayna e Tom sono a New Vegas da giorni e Tom c’è andato in bicicletta attraverso il deserto, com’è possibile che la giudice dopo settimane stia ancora in mezzo alla strada a guidare?

La giudice deve aver fatto tappa in Alaska per metterci tutto questo tempo.

Il problema delle storie scritte male è che ben presto anche quegli errori perdonabili iniziano a pesare. È insensato considerare che tre persone partite all’incirca nello stesso giorno arrivino con tutta questa differenza di tempo, addirittura in ritardo di giorni rispetto a un omone costretto a pedalare per oltre 1200km. Ma chi è la giudice Farris? Boh. Ha letteralmente tre scene a disposizione: la prima è quando accetta la missione nel quarto episodio, la seconda è all’inizio di the Vigil in cui si prepara a entrarci, la terza è da cadavere nell’hotel Inferno.

Sì, questa sarà da trivia su imdb: l’hotel dove risiede Randall Flagg si chiama Inferno. Gli statunitensi potranno leggere “Inferno in italian means hell” e gli autori sentirsi fighi per questa raffinatezza. Un po’ come possono essere fieri del loro mitico Bobby Terry, il secondo personaggio dal nome più brutto mai creato da Stephen King (il primo è Thad Beaumont da La metà oscura, sorry). E chi è Bobby Terry, allora? Nessuno, giusto una guardia di confine che contravviene all’ordine di catturare viva la giudice Farris, anche nel romanzo non ha spazio.

A cena con Bobby Terry

Qualcosa dice però agli autori di the Stand che c’è bisogno di chiamare un buon caratterista per questo micro-ruolo, Clifton Collins Jr. per l’esattezza. Testa alta e appena uscito da una puntata economica di Sons of Anarchy, si rifiuta di scusarsi con Flagg per aver ucciso la giudice con un proiettile in mezzo agli occhi e spavaldo tenta la fuga. Al regista Fisher va il mio plauso perché più pacchiano di così non si può: Collins prima scappa camminando con tutta la calma del mondo, poi lo vediamo affannarsi per chiudere le porte della penthouse con una catenina dorata che non fermerebbe nemmeno l’orso Coccolino e poi via con un ralenti verso l’ascensore.

Skarsgård da sex machine qual è sfonda la porta frantumandola in mille pezzi con la sola forza della sua figaggine – sul serio, potrebbe essere lo spot di un jeans – e si materializza nell’ascensore dove… dove per la miseria, ma un coreografo per le scene d’azione e di sesso potevano trovarlo? L’ascensore a vista sull’interno dell’Inferno si macchia di sangue come se piovesse dall’alto mentre Flagg si sta limitando a prendergli la testa e a sbattergliela a destra e sinistra. Solo alla fine inizia a mangiarlo (idea di King) ma lo scopriamo quando arriva in basso.

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Flagg dopo aver usato la sex bomb per sfondare la porta dell’attico.

Si suppone questa sia la scena in cui scopriamo in the Stand in cosa consiste la malvagità di Flagg. Davvero, dopo sei episodi ecco l’unico momento in cui vediamo in prima persona di cosa è capace Flagg. Finora avevamo visto la violenza di New Vegas indirettamente con l’uomo crocifisso inviato a Boulder e nei macellamenti in piscina, per il resto lui stava per i fattacci suoi a bere latte. Ma torniamo alla corte dell’Inferno, perché poco fa ho parlato di un coreografo anche per il sesso e ne ribadisco la necessità: la sua rappresentazione è imbarazzante.

Innanzitutto non si capisce perché e come sia possibile che tutta questa gente faccia sesso in mezzo agli altri. Qual è la ragione, nemmeno una stanza libera nei mille hotel abbandonati a Las Vegas? Sembra la fantasia di un adolescente fin troppo eccitato e l’aspetto paradossale è uno: tutti i siparietti sessuali sono osservati dalla prospettiva posteriore dell’uomo. In poche parole: la macchina da presa inquadra sempre le chiappe di lui mentre penetra la donna (o l’uomo) e stop. Qualcosa mi dice sia per ragioni di censura, ma non potremo mai confermarlo. Poi perché abbiano tutti un fisico scolpito a seguito di settimane senza palestre e con nutrimenti scadenti, non lo so.

Fiona Dourif? Ah sì, c’è pure lei. Ciao Fiona!
Lloyd Henreid? È il braccio destro di Flagg, no? L’abbiamo detto, basta così.

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Lloyd Henreid e Julie Lawry scoprono che Randall Flagg è un mostro.

Paura e delirio a Boulder

Fuggiamo da New Vegas e torniamo a Boulder, dove gli eventi non sono meno confusi. Abbiamo capito che Ray resta un personaggio secondario e che Irene Bedard avrà il suo momento di gloria solo negli episodi successivi, però stavolta può almeno urlare e sbraitare perché secondo lei il comitato non sta facendo abbastanza per rintracciare Mother Abagail, scomparsa alla fine dell’episodio Fear and Loathing in Las Vegas. Già, dov’è andata? Il romanzo lascia intendere ch’è andata per cercare il silenzioso Dio, quando in realtà la ragione è un’altra: il suo ritorno porterà la popolazione di Boulder lontana dal luogo dell’attentato organizzato da Harold e Nadine.

La miniserie la sfrutta per portare Whoopi Goldberg nella foresta a incontrare Randall Flagg in uno scontro tra forze del bene e del male. Qui mi casca l’asino, perché in sei episodi non siamo ancora stati capaci di definire l’una e l’altra: non è mai stato detto cosa rappresenta Mother Abagail tanto quanto di Flagg non abbiamo mai saputo nulla se non che è un tentatore. La bontà di Boulder è definita dai suoi abitanti e non dalla guida spirituale di Abagail. In questa versione di the Stand manca un elemento imprescindibile: uno scopo. Nessuno lo possiede in nessuna forma. New Vegas è un luogo di perdizione (oddio, fanno sesso!) mentre a Boulder costruiscono la società di prima.

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Whoopi Goldberg a passeggio nel bosco

Elettricità e polizia

Stu Redman sembra un governante neoliberista che ritiene necessaria la sicurezza e ai docenti fa solo un applauso perché stanno facendo uno splendido lavoro. Stu quando arriveranno i tagli alla sanità, diccelo! Non ci dirà nulla, James Marsden porello riesce a esser cornuto pure quando nessuno lo tradisce in schermo. Frances Goldsmith gli è fedele e lei per sua fortuna ha Odessa Young a vestirne i panni. Young e Owen Teague continuano a essere le punte di diamante della miniserie, sono sufficienti due minuti con loro a trasformare the Stand in un capolavoro. Per un periodo di tempo limitatissimo, ma almeno uno può fare un bel respiro e goderseli a pieni polmoni.

Passiamo all’alchimia inversa fra Jovan Adepo e Amder Heard. Lo scorso episodio abbiamo visto la freddezza tra Nadine e Larry trasformarsi in una passione silenziosa esplosa nell’I want you to fuck me disperato di lei. Adesso torniamo al gelo lappone che per qualche ragione dovrebbe inquietarci, pur non avendo mai visto Nadine agire davvero come se provasse qualcosa per Larry. È un pezzo di ghiaccio coi compagni di viaggio e una femme fatale con Harold. Nadine scompare nella nebbia dopo aver lasciato Joe a guardare un film. A proposito, non l’ho riconosciuto, chi mi dice cosa stavano guardando i creaturelli mentre saltava in aria la casa di Mother Abagail?

Inoltre, con tutta ‘sta nebbia mi domando anche perché non se ne vadano da Boulder.
La sera è un luogo spettrale inquietante, ennesimo punto a sfavore dell’Eden del comitato.

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Tom scappa!

Ciao Nick, è stato bello

Ora indossiamo le nostre maschere tristi, perché Nick Andros è kaput. Salvati dal ritorno di Mother Abagail, gli altri membri del comitato sono al sicuro dall’esplosione guidati dalle grida di giubilo. Nick è sordo e resta indietro per questo. No, cari miei. Giustamente lo sanno che è sordo e quindi Ray va a chiamarlo, perché a Boulder sono buoni, non così stronzi da lasciare indietro il sordomuto. È lui che è scemo, per qualche ragione deve andare a guardare dentro al pianoforte e scoprire l’ordigno costruito da Harold e piazzato da Nadine. Sì, ma perché?

Il romanzo e la miniserie precedente offrono una visione diversa: Nick trova la bomba, ma essendo sordo non sente l’annuncio via radio di Harold e non fa in tempo a scappare né riesce a urlare agli altri perché muto. Insomma, muore perché in quel momento non può fare altrimenti. Perché sulla CBS abbiano deciso di ucciderlo in modalità gatto curioso non si capisce. La butto lì: potevano anche non ucciderlo. A ‘sto punto accoppavate Ray che tanto non gli avete dato il canzo di essere nessuno, invece ce la troveremo nel prossimo the Walk senza sapere chi è, che vuole, perché dovrebbe interessarci di lei. Hanno motivato meglio la morte di Teddy Weizak.

Troppe domande aperte.
Troppi personaggi privi di una storia.

E fra poco sappiamo anche cos’accadrà ad Harold, mannaggiatutto.

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Owen, ti amiamo tutti.
Quando hai una tragedia sullo schermo, scegli sempre Perfect Day per fare dell’ironia spicciola.
È questo il brano scelto per chiudere the Vigil.

Sfoglia le pagine del diario:

Episodio 1, The End (Josh Boone)
Episodio 2, Pocket Savior (Tucker Gates)
Episodio 3, Blank Page (D. Krudy e B.S. Cole)
Episodio 4, The House of the Dead (D. Krudy e B.S. Cole)
Episodio 5, Fear and Loathing in Las Vegas (Chris Fisher)
Episodio 6, The Vigil (Chris Fisher)
Episodio 7, The Walk (Vincenzo Natali)
Episodio 8, The Stand (Vincenzo Natali)

11 pensieri su “The Stand, un diario: Episodio 6

  1. Secondo me Nadine non dimostra alcuna passione per Larry, non si sente alcun sentimento perché non c’è: lei voleva fare sesso solo per essere libera da Flagg, per come l’ho intesa io, e si è rivolta a Larry perché confidava che lui non vedesse l’ora di spupazzarsela. Larry, ovviamente, rimane spiazzato da questo cambiamento così repentino e la rifiuta, così lei perde la speranza di potersi liberare e torna glaciale come prima. Secondo me ci sta, è solo stato scritto in maniera troppo veloce e superficiale. Mi tocca dare ragione ad alcuni commenti che ho letto su facebook: 9 episodi sono davvero troppo pochi per far respirare adeguatamente i personaggi e la storia. L’arco di Nadine come personaggio tragico avrebbe potuto essere molto appassionante, ma non ci si è dati il tempo per svilupparlo come si deve; forse una serie su più stagioni avrebbe giovato, anche se il rischio “brodo allungato” è sempre dietro l’angolo.

    Perché “superficialità” inizia effettivamente ad essere un po’ la parola d’ordine: non c’è più tempo per cui tutti, non solo Pattume, sono ridotti a macchiette, con la sola possibile eccezione, giustamente, di Harold e Frannie, che mi sembra stiano ottenendo il giusto riscatto; purtroppo sappiamo che, stando al libro, per nessuno dei due durerà molto, ma mi aspetto che almeno per Frannie ci sia ancora qualcosina, viste le dichiarazioni di King.

    La morte di Nick, gestita così, non ha senso; tra l’altro in una scena completamente anticlimatica, senza alcuna costruzione della tensione, e ce ne vuole per non avere alcuna tensione ben spendo che c’è una bomba in giro!

    Insomma, la serie si sta rivelando piuttosto mediocre, un prodotto nella media ma davvero nulla di più. Non sono deluso perché non avevo grandi aspettative (non amo troppo nemmeno il romanzo), ma posso immaginare invece lo stato d’animo di chi non vedeva l’ora uscisse – deve essere più o meno come quando io ho visto It – Capitolo 2.

    Piace a 1 persona

    1. Sì, It capitolo 2 fu un brutto trauma. Io amai il primo, visto due volte al cinema e quando uscì il secondo avevo l’hype alle stelle. E invece meh. Su the Stand non avevo grandi aspettative, credo di aver parlato male della campagna marketing in ogni CineKing fino a dicembre, però quei primi episodi mi avevano lasciato ben sperare, alcuni personaggi erano stati traghettati finalmente nel XXI secolo. Sembrava fossero finalmente pronti a dare dignità a un romanzo in effetti invecchiato molto molto male – e probabilmente già all’epoca da scartare, ma ero gggiovane quando l’ho letto. Quello che vedo adesso è una serie con personaggi contemporanei trapiantati in un contesto vittoriano, ancora più conservatore dell’originale. Il che è paradossale.

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