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L’immaginària trappola dell’immaginàrio

L’eterna lotta fra il bene e il male, la realtà e l’immaginario

Un anno fantastico di cinema, di emozioni, di sogni.

Lo dice Carlo Conti prima di cominciare con le premiazioni alla cerimonia del distanziamento sociale dei David assegnati dall’Accademia del Cinema Italiano. Quando sento “emozioni” e “sogni” pronunciate insieme a cinema mi percorre un particolare prurito su tutto il corpo, come se Dolores Umbridge mi avesse costretto a scrivere sulla mia carne la parola retorica lasciandomi una brutta, brutissima sanguinosa ferita.

Povero, vecchio Carlo Conti, nemmeno ce l’ho con lui per quanto io lo trovi un conduttore abbastanza noioso. I testi non se li scrive da solo, né puzza di novità la solita blaterante voce che parla del cinema come di emozioni e mondo dei sogni. Leggendo che il cinema deve emozionare penso sempre a quanto è emozionante un calcio sui testicoli. Non procura anche un gesto violento una reazione emotiva? Allora sono forse la stessa cosa?

Fuggo dal discorso su cosa siano le emozioni, forse dovremmo ricordarci come le arti utilizzano un linguaggio e la forma in cui sono presentate all’osservatore è il dettaglio su cui concentrarci. Però è l’altra parola su cui oggi voglio porre l’attenzione: sogni. Ho ripetuto spesso su cinefatti come il cinema sia LA FABBRICA dei sogni, sottolineando il ruolo dell’industria, del lavoro collettivo prima ancora del suo prodotto finale.

Lo schermo nero

Cos’è un sogno? Applicato alla situazione e col sorriso del buon Conti si evince ovviamente la natura divertente del cinema. In senso etimologico, è chiaro: ci fa volgere altrove, si suppone lontani dalla nostra realtà. Seguendo la classica lente che associa il cinema al sogno entriamo in sala per distanziarci, poi capita quel film che, cavolo, ci ha fatto davvero riflettere sulla realtà circostante. Come se fosse una rarità, fuori dall’ordinario.

Ascoltando tali parole non ho potuto fare a meno di associarle a un altro personaggio dello spettacolo: Charlie Brooker. Lo conoscete come il creatore di Black Mirror, ma non fatevi ingannare: la sua visione distopica della società iper-tecnologica è un pale blue dot all’interno di una carriera fatta di commedia e critica televisiva. In ogni caso, il Carlo d’Inghilterra ha rilasciato un’affermazione assai simile a quella dell’italico Carlo.

In una dichiarazione rilasciata alla testata Radio Times alla domanda sul futuro di Black Mirror lui ha risposto con queste parole: “Al momento non so quanto appetito ci sarebbe per storie di società in decadimento“. Il cinema è sogno e quando la realtà si trasforma in incubo allora secondo Charlie Brooker l’immaginario deve rassicurarci con immagini positive, difatti annuncia subito dopo d’essere tornato alle sue radici comiche.

Mamma!

L’immaginario non è tua mamma. Nemmeno la tua maestra delle elementari. Leggiamo 1984 perché dobbiamo conoscere un pericolo oppure perché rappresenta timori già tangibili al momento in cui George Orwell scrisse il suo romanzo? Ecco cosa non tollero: la visione dell’immaginario come fosse la pagina delle avvertenze prima dell’uso. È logico come un autore come Orwell esagerando voglia comunicare un pericolo, ma esiste già.

Magari ci riguardiamo Vivarium anche in quest’ottica.

Pensate a ogni episodio di Black Mirror, cosa accade subito dopo la pubblicazione di ognuno? Non appena uscì Nosedive con Bryce Dallas Howard il web si riempì fino a esplodere di articoli e opinioni circa il prossimo avverarsi di quanto Brooker aveva predetto. Si ruppe l’internet peggio che con Kim Kardashian quando uscì fuori la notizia dei crediti sociali applicati nella Repubblica Popolare della Cina. Apriti cielo, una tempesta.

L’immaginario altro non è che il riflesso della nostra realtà. I suoi mattoni possono essere sogni e incubi, può volare lontanissimo con l’immaginazione ma avrà sempre i suoi piedi inevitabilmente piantati per terra. Sarà impossibile comprendere quanto il cinema e la televisione deviano il nostro sguardo dai fatti componenti la nostra esperienza quotidiana, ma il suo scopo non è tanto deviare quanto indirizzare. Ecco cosa fa il buon cinema.

A questo punto in gergo napoletano potrei dire che il gentil Charlie tiene proprio la cazzimma. Che fa, aspetta che le cose vadano bene per lapidarci con la sua negativa tecnofobia? M’immagino fra un anno l’annuncio della sesta stagione, noi felici di aver ripreso la normalità e lui con una caterva di brutte notizie sulle applicazioni di tracciamento per le epidemie. Magari ci parlerà dei microchip iniettati coi vaccini, perché no.

Dialettica dell’illuminismo

Charlie Brooker è un troll, fondamentalmente. Carlo Conti ha luoghi comuni al posto delle cellule, se ne tagli un pezzo – previo consenso, è ovvio – e lo osservi al microscopio leggerai un elenco di proverbi della nonna incrociarsi e scontrarsi schiacciati sotto al peso del vetrino. Le loro due simili visioni dell’immaginario un mostro da contrastare, perché fanno un’ottima coppia con l’idea che esso stesso possa influenzare la nostra visione.

È l’ipotesi legata alla superata idea di Adorno e Horkheimer secondo cui il rapporto tra immaginario e pubblico sia top-down nata da un periodo storico in cui la macchina della propaganda era potente come non mai. Potremmo affermare lo stesso del presente, numerosi mediologi (Morin, Abruzzese, Brancato, Garnham, ecc.) hanno però confutato quella teoria perché il pubblico non è un blob gelatinoso dove incastrare le idee.

Giorni fa ho avuto un’interessante discussione con una collega studiosa, Azzurra Mattia, circa il valore di Contagion di Steven Soderbergh. IL film del momento. Cosa comporta la visione di una pellicola dove si suppone sia stato predetto quanto sarebbe accaduto all’arrivo della pandemia? Ne abbiamo entrambi convenuto che dipende dal rapporto coi media dello spettatore medio (!) se sarà creato ulteriore panico oppure tutt’altro.

In fuga dallo specchio

Stando al modus operandi di Charlie allora pure Steven è un troll bastardo. Quando le cose andavano bene, quel grande infame ha diretto un film atto a terrorizzarci. Oggi sicuramente non lo avrebbe fatto, perché, dai, sta succedendo e il pubblico potrebbe rispondere male. Cosa che in sincerità ritengo sia un’immensa stronzata, giacché Soderbergh e the Flu di Kim Sung-su hanno aumentato di botto le loro vendite.

Un fatto evidente a sostegno della teoria secondo cui immaginario e realtà coincidono. Il de vertere è qualcosa di cui riempirci la bocca quando dobbiamo presentare un premio in prima serata su Rai1, dove peraltro vince un film su Tommaso Buscetta che certo non sarà ricordato come Patch Adams. Una contraddizione immensa in 120 minuti dove cinema e sogno positivo sono lontani, sepolti sotto la violenza da cartoon di 5 è il numero perfetto.

Cosa sta infatti accadendo oggi a Hollywood lo spiega un articolo dell’Hollywood Reporter, gli sceneggiatori televisivi, medium dove la quotidianità è iper-presente nella rappresentazione degli eventi, sono impegnati a studiare come inserire questo particolare periodo. Ognuno lo farà con la propria cifra stilistica, un Chicago Fire in modo drammatico e un Brooklyn-Nine-Nine cercando di far nascere un sorriso.

È scontato sarebbe accaduto. I medical New Amsterdam e the Good Doctor non approfitteranno di questa occasione d’oro? Saremmo illusi a credere non stiano già scrivendo puntate incentrate sull’emergenza odierna. Sappiamo quanto le profonde ferite inferte sulla nostra società siano sempre prima o poi metabolizzate attraverso l’apparato digerente dell’immaginario: Charlie, sei sicuro che non abbiamo stomaco per Black Mirror adesso?

Quello stomaco adesso strilla e si contorce nelle nostre pance. Il dolore è un’eccezionale aperitivo, masticarne le narrazioni ci consente di scomporle e rivedere noi stessi nel racconto. È chiaro valga lo stesso per la gioia, non ci siamo forse innamorati di Sense8 per la sua visione di un’utopia fatta di unità? Proprio Sense8 ci insegna come le persone siano un tutt’uno con l’altro. Kapuściński in Ancora un giorno osserva il volto di un morto prendere le sembianze d’ogni persona deceduta davanti ai suoi occhi. Sono uno. In quell’unità così ben rappresentata da questi esempi giace l’immaginario e noi viviamo nell’incessante bisogno di affondarvi i piedi, dentro noi stessi.

2 pensieri su “L’immaginària trappola dell’immaginàrio

  1. Un ottimo articolo che tende ad approfondire il concetto di cinema, a volte fin troppo superficiale come hai fatto notare, e anche della questione attuale sia del cinema che della nostra società. L’ho trovato veramente interessante.

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    1. Ti ringrazio! Ci dimentichiamo che lo studio della mediologia non ha lo scopo esclusivo di “fare critica”, esiste un mondo affascinante dietro le arti quando ti addentri nella sociologia e allora si scopre di tutto. In particolare quanto ci aggrappiamo a teorie antiquate che non rappresentano lo stato delle cose, non solo quello attuale.

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