Vivarium - CineFatti

Il corpo è maturo nel Vivarium

Cresci l’angoscia nella suburbia americana

Kate Beckinsale la chiamerebbe serendipity la sentimentale coincidenza che unisce Vivarium alla pandemia. Il regista Lorcan Finnegan un anno fa mai avrebbe immaginato di vedere la sua creatura distribuita in contemporanea alla quarantena, seminando ulteriori dosi di angoscia col racconto di una coppia imprigionata in “casa” per crescere un piccolo incubo capitalista a forma di un (letteralmente) baby boomer.

In molti siamo chiusi ascoltando e leggendo reali storie dell’orrore e osserviamo la tremolante torre del capitale sputare pesanti calcinacci sulle nostre teste. Con timore reverenziale dimostriamo odio et amore verso il sistema economico colpito alle sue fondamenta da un virus, vorremmo crollasse senza inglobarci fra le nubi di detriti: vorremmo essere liberi dalla morsa di una società spogliata delle sue aspirazioni.

È la trama di Vivarium. Gemma e Tom sono una comune giovane coppia intenta a costruire il proprio nido d’amore, invitata a dare un occhio alle villette di Yonder, una realtà tipica della suburban America tanto agognata dai baby boomer che dominarono il mondo. Disinteressati eppur convinti dall’irreale entusiasmo dell’agente immobiliare Martin, visitano l’abitazione numero 9. La forever home da cui non usciranno mai più.

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Il simpaticissimo Martin (Jonathan Aris)

The Wild Green Yonder

Martin svanisce nel nulla lasciando Tom (Jesse Eisenberg) e Gemma (Imogen Poots) a vagare ore, giorni interi nel selvaggio Yonder dove non esiste nulla di naturale: ogni cosa è sintetica, persino il cibo è insapore e l’aria inodore. È un’immensa busta di plastica dove l’unica realtà affidabile sono i propri corpi come strumento per riconoscersi in quanto persone d’un mondo fatto di miliardi d’imperfezioni, gioie e dolori.

Confezionati nel numero 9 possono auspicare alla vita ideale di coppia solo col sesso e l’occasionale complicità fin quando il Vivarium non mostra loro una via di uscita: un neonato da crescere e solo dopo essere liberati. Il neonato altro non è che una versione in miniatura dell’agente immobiliare Martin a partire dall’abbigliamento: cravattino, camicia bianca tirata a lucido e gel per capelli da bravo piccolo baby boomer.

È un mostro inserito per rendere miserabile la loro esistenza: accresce la solitudine inasprendo i conflitti fra i partner con crudeli imitazioni, frantuma il silenzio strillando e riducendo persino l’udito a un vago ricordo di musica e libertà. L’unica è accettare il ruolo imposto: padre e madre, lei a curare il mostro, lui a scavarsi la fossa immergendosi nel lavoro. La tipica famiglia statunitense delle cartoline anni Cinquanta.

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Silly mother…

Metafora schietta, Finnegan e lo sceneggiatore Garret Shanley la scrivono di grana grossa, ma funziona grazie alla sua intensa concentrazione sul discorso. I personaggi non svolgono una specifica funzione narrativa in quanto individui particolari, sono un uomo e una donna innamorati e nient’altro, costretti loro malgrado a soddisfare i bisogni di una società plastificata e ancorata a ideali morti e sepolti da lungo tempo.

Finnegan li approccia con un misto di pietà e tenerezza, sussurrando un quanto sei scema, mamma! così come il mostro risponde a Gemma quando esplode l’urgenza di esprimere a voce la disperazione da prigionia. Per quanto il desiderio di vederli sfuggire alla morsa sia onnipresente è la pulsione di morte a scandire il ritmo della storia – breve, Vivarium dura ca. 90 minuti – perché segue ogni caratteristica della stereotipata desiderabile vita.

La consapevolezza fermenta l’angoscia infinita d’una ulteriore storia incentrata sul corpo e la perdita del proprio potere sul nostro guscio. Forze superiori economiche e sociali ne sono i reali possessori a cui è dato disporne come meglio credono senza chiedere il permesso né curarsi del dolore provocato. In questo caso sia uomo che donna vivono l’incubo davanti allo sguardo curioso e divertito di un piccolo mostro senz’anima.

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5 pensieri su “Il corpo è maturo nel Vivarium

  1. Questo è un film che sa veramente come farti star male e farti sentire in trappola. E’ un film meraviglioso su questo non c’è nulla da ridire però penso che non sia la visione adatta visto il periodo. Per il resto è veramente incredibile.

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