Blade Runner 2049 - CineFatti

Blade Runner 2049: Villeneuve al cubo

A Los Angeles corre l’anno Blade Runner 2049.

La prima regola del remake/sequel club è restare fedeli all’originale. È il diktat del fan medio, se proprio devi maneggiare l’intoccabile sii rispettoso e non modificare nulla di quella fragile creatura di cui sei ora in possesso. È giusto? Non sempre, ormai dovreste saperlo, col cinema se sei capace può uscire una grande opera da qualsiasi scelta, ma in linea di massima lasciare un’ombra come legame. Blade Runner 2049 che fa?

Il Re del campo lungo

Comincia con la classica operazione cancella-tutto, un grosso evento traumatico modifica dalle fondamenta gli ambienti sedimentati nel corso di 35 anni di storia del cinema: un blackout annulla informazioni, strutture, stili di vita. Del Blade Runner di Ridley Scott restano le vestigia architettoniche, ma ora sono coperte dalla nebbia misteriosa di Denis Villeneuve e il suo uomo/androide all’estremo dei suoi ormai famosi campi lunghi.

Stile che lo rende perfetto per la magia di Roger Deakins (Sicario era già degno di un Oscar alla fotografia), sulla cui maestria è impossibile calare ogni dubbio: i singoli fotogrammi che costituiscono Blade Runner 2049 sono quadri sensazionali. L’uso dei colori mai spinti all’ennesima potenza nel freddo e nel caldo sono l’elemento che più di ogni altro trasmette la sensazione di incertezza che circonda il mito di Blade Runner.

Gli androidi consapevoli

Stavolta ai cacciatori di androidi è sganciata la nuda e cruda verità: sono come le loro prede, oggetti creati in fabbrica, prima dalla Tyrell Corporation e ora dalla Wallace di un Jared Leto capace di comunicare solo attraverso un libro da aforismi trovato al banco cassa di una libreria di provincia. Perfetto per la nuova moda dei riquadri facebook. Ryan Gosling è invece il nuovo Harrison Ford, ma più caratterizzato.

Ci sono elementi di innovazione positivi nel film di Villeneuve, ma la sua scelta è stata comunque quella di aggiornare Blade Runner andando per sottrazione e con un minimo di conformità al sistema: c’è una ribellione, c’è un bambino speciale, c’è un vecchio eroe da contattare. Rick Deckard, sei la nostra ultima speranza. Ma il cliché non è un male, anche se appartenente a quelli poco graditi nei tanti young adult contemporanei.

La differenza è nel giocare a bordo campo, Villeneuve col sostegno di Hampton Fencher, sceneggiatore originale di Blade Runner, lancia storyline all’aria aperta con l’intenzione di relegarle all’immaginazione (o a Blade Runner 2050) perché il fuoco è tutto sull’ipotesi di essere vivo contro ogni dettame a cui si è risposto dal nostro primo pensiero. Peccato che per arrivare a tutto ciò ci sia una dose immensa di lentezza. E di già visto.

So di sapere

Si tratta di un sequel e dunque aver già visto può essere naturale fino a un certo punto, dovremmo però concentrarci anche sugli elementi narrativi sovraimposti al cult di Scott: l’amore inteso come forza superiore a qualsiasi elemento della natura è entrato in gioco. Quante ne abbiamo viste sull’amore e di ribellioni androidi vs uomo scaturite da quel singolo oggetto/creatura speciale? Tante, tantissime e Blade Runner 2049 è l’ennesimo.

Motivo per cui parlare della trama è inutile. Blade Runner 2049, mi duole ammetterlo, non ha nulla di speciale nell’enorme panorama fantascientifico, anche considerandolo all’interno di quello contemporaneo, in cui spicca di più l’ultimo film proprio di Villeneuve, Arrival, foriero di più di una novità nel paesaggio. Se dobbiamo considerare particolare il seguito di Blade Runner è proprio per lo stile del regista.

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Denis Villeneuve³

A cui non perdonerò mai la lentenza eccessiva delle scene, allungate all’inverosimile nonostante il regista abbia voluto che fossero telefonate di proposito. Né quei dialoghi in cui tra una risposta e l’altra passano anche due minuti. Né di aver dato così poco spazio a un Dave Bautista di cui mai mi sarei aspettato di diventare un fan, ma questo è un dettaglio personale. Blade Runner 2049 lo considero come l’Alien³ di David Fincher.

Imperfetto sul fronte narrativo e tutto ciò che lo circonda, come le scelte registiche su indicate relative alle sequenze a cui è dato portare avanti il racconto, superiore alla media nella cura dell’immagine. Il lavoro svolto con Deakins era encomiabile già dalle prime immagini diffuse coi trailer, la firma di Villeneuve presente in ogni dove. Quei tramonti di Sicario, le notti buie di Prisoners e la nebbia di Arrival sono anche qui.

L’enorme incognita atmosferica domina sui campi lunghi di Blade Runner 2049 sotto forma di fenomeni metereologici – causati dall’uomo – e delle enormi pubblicità a ologramma che sovrastano gli abitanti della città. È la grandezza intangibile che si contrappone a un elemento che rese speciale il Blade Runner di Ridley Scott, la cura maniacale per i dettagli. Stavolta il massimo del dettaglio è un primo piano.

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La dolcezza del se

La funzione narrativa del suo stile trascina però in basso questo sforzo visivo, se non nella scena rappresentata nell’immagine di copertina di questo articolo, forse l’unica veramente completa di Blade Runner 2049. Resta un dispiacere (due se contiamo la terribile grammatica dei traduttori, errori scandalosi e imperdonabili), la mancanza dell’opportunità che Shinichiro Watanabe avrebbe potuto avere.

Perché di Ridley Scott c’è l’ombra, soprattutto nella campagna marketing, identica a Prometheus e Alien: Covenant, la costellazione di corti a cui è dato il compito di spiegare il background storico del film. Tre cortometraggi sono stati diretti, di cui uno dal maestro dietro Cowboy Bebop, insieme a Ghost in the Shell il miglior figlio di Blade Runner, e in 15 minuti si dimostra superiore ai 160 del film di Denis Villeneuve.

Bradisismo cinematografico

L’aspetto notevole per cui Blade Runner 2049 merita di essere rivisto e studiato riguarda una particolarità nel rapporto tra narrazione e immagine, se lo inscriviamo nel mondo del cinema USA contemporaneo. Se di solito è l’immagine a essere carente rispetto alla storia, in questo raro caso accade l’opposto: una ricercatezza disumana dal potenziale incalcolabile è al servizio di una vicenda senza la possanza dell’originale.

Non è il classico bello fuori e brutto dentro che caratterizza molte pellicole sfilacciate, dove la regia ignora tutto ciò che contiene, Denis Villeneuve non perde di vista per un istante la sua creatura. È la caratura di un elemento che rispetto all’altro non corrisponde, formando un dislivello importante. Torniamoci tra qualche anno, è sicuro che ci troveremo a guardarlo col fermo immagine, perché tanto c’è poco da sentire.

Fausto Vernazzani

Voto: 2/5

16 pensieri su “Blade Runner 2049: Villeneuve al cubo

  1. Allora mi confermi un paio di tendenze che stavo tenendo d’occhio.
    1) Ridley Scott ha dichiarato guerra ai fan e prima di morire ha deciso di defecare su tutto ciò che lui ha creato e che il mondo ha amato. Qui si limita a creare il male dietro le quinte, mentre nel mondo di Alien è entrato a gamba tesa spazzando via tutto, distruggendo minuziosamente ogni singolo elemento.
    2) Che, per buona pace dell’Angelo di Wim Wenders, il messaggero è ormai il messaggio: l’immagine ha valore di per sé, il contenitore è diventato il contenuto. Una scena con bei colori di moda e una fotografia fighetta non ha bisogno di spiegazioni: ha valore da sola. Il film è solo una scusa per mostrarla. Le immagini hanno preso il sopravvento e usano vecchi franchise del passato per autoreplicarsi… I virus della mente sono roba degli anni Novanta: il secondo decennio del Duemila è l’età dei virus degli occhi…
    E’ noto che non ho mai amato Blade Runner quindi non mi esprimo sul suo universo, mi limito a far notare che tutto ciò che si pensa nato da quel film in realtà ha tutt’altre origini, alcune risalenti all’Ottocento! Per questo considero Villeneuve il perfetto erede di Ridley Scott, perché prende tematiche già note, ne fa un Bignami scontatissimo ma ammanta tutto con un’ottima confezione ben curata. In fondo, oggi è importante che la scatola di cioccolatini sia bella: che dentro poi ci siano sul serio cioccolatini non importa più a nessuno…

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    1. Agli occhi di Ridley Scott, invece, questo è un favore ai fan, dare ancora altra carne alle storie più amate uscite dal suo cilindro :D Io invece è noto che sono un suo fan, anche se non mi lascio abbagliare dall’amore che ho per lui. Prometheus e Alien: Covenant in misura diversa e su piani differenti mi sono piaciuti, ma quelo è un franchise totalmente diverso da Blade Runner, la cui esistenza è continuata grazie agli emulatori. Di cui due sono dei veri maestri: Mamoru Oshii e Shinichiro Watanabe, le Wachowski le vedo figlie di tanti diversi prodotti e non solo di Scott. Comunque quando si parla di Blade Runner come “inventore” di certe soluzioni narrative si fa riferimento, o almeno si dovrebbe, solo all’ambito cinematografico, perché se andiamo su letteratura e fumetto allora è roba vecchia. Il cinema ha sempre corso però su strade differenti, sepesso arrivando tardi, se non tardissimo, ad alcune idee. Basta vedere dov’è ora la fantascienza a fumetti per capire quanto è indietro il cinema. Sul discorso della confezione un po’ sono d’accordo, è il male assoluto del “bella la fotografia!”, un dogma salvatore di pellicole intere quando dovrebbe essere solo un elemento, anche se importante, di un film.

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      1. Purtroppo è vero, il discorso di Alien, ma solo in Italia. L’universo alieno espanso è una molte titanica di storie degli autori più disparati che porta avanti le idee di Cameron: dal 1988 esistono così tante storie nel mondo alieno che Scott risulta un ragazzino di bottega che gioca con gli strumenti degli adulti :-D
        In Italia è roba inedita al 90%, ma Scott la conosce e infatti prima in Prometheus e poi in Covenant sta bene attento a smerdare tutte le idee nate da altri autori, nel corso di trent’anni di narrativa aliena. Lo può fare solo perché i fan di Alien non sono come quelli di Star Wars (che poi anche loro, almeno i più seguaci, hanno dovuto mandar giù bei rospi amari.)
        Ti faccio un esempio. Nelle daily strips di Star Wars Luke e Leila sono quasi amanti, o per lo meno la classica “coppia d’azione” tipica dei serial a fumetti, e Lucas che fa? Anni dopo li rende fratelli… E va be’, è un classico trucchetto da soap opera, ma mandiamo giù…
        Fior fiore di fumetti hanno saputo raccogliere l’eredità del pilota morto ritratto da Ridley Scott nel ’79, raccontando la sua specie, il motivo che lo spinse e altre cose, tipo il suo rapporto con la razza umana. Scott ha detto: ah sì? Avete sviluppato il mio Pilota? E allora sai che c’è? Nun è vero niente: era un tizio umanoide mascherato! (Nell’introduzione al trentennale del suo fumetto, Verheiden – genio assoluto del mondo alieno a fumetti – ammette che mai avrebbe pensato ad una soluzione del genere, lui che si era spaccato la testa per soddisfare i fan…)
        Appena Scott ha scoperto che i nomi degli androidi nei film alieni seguono una progressione alfabetica (Ash, Bishop, Call) prima usa David… ma poi cede e fa lo sbotto d’acido di Walter. Tie’, e mo’ il prossimo può essere solo Zorro! :-D
        Temo che a Scott non importi molto degli ottimi prodotti giapponesi ispirati al suo film, ed è un bene: altrimenti farebbe di tutto per smerdarli. Temo che non abbia neanche mai letto i romanzi di K.W. Jeter o i fumetti che espandono il mondo di Blade Runner, e anche qui è un bene, se no avrebbe fatto di tutto per distruggerli. Perché Scott è un padre crudele, che crea gli Ingegneri solo per distruggerli, che manda la dottoressa Shaw in Paradiso solo per farla ritrovare all’inferno, che fa di tutto per distruggere la propria creazione: ecco, Scott è David, in tutto e per tutto. Neanche Peter Weyland riuscirà a fermarlo :-D

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      2. Il paragone tra Scott e David mi piace tantissimo xD comunque penso sia legittimimo sviluppare delle proprie idee nuove senza per forza segurire tutti derivati! Sarebbe bello se qualche volta fossero anche adattati, questo sì. Credo non sia mai successo che una saga sia continuata tenendo fede a tutti i prodotti collaterali fuoriusciti dai primi film. Era un po’ quello che mi aspettavo da Star Wars, ma a quanto pare…

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      3. E’ un discorso molto spinoso su chi abbia diritto a smontare una saga decennale. Se lo fa Scott va bene a tutti, ma se lo fanno altri, magari con prodotti più famosi, ecco che invece tocca rispettare.
        Di sicuro qualsiasi autore non sia Scott è tenuto a rispettare almeno le base del franchise, e la Fox controlla: decine e decine di romanzi, fumetti e videogiochi hanno l’imprimatur della Fox perché rispettano le basi del franchise, anche se sviluppano nuove idee e vanno in altre direzioni. Scott invece fa quello che gli pare e smerda se stesso, e i fan applaudono: è questo comportamento che mi dà fastidio, anche più del terribile risultato.
        Non è creatività, perché nessun franchise vive nel nulla: Lucas sa benissimo cosa sia Star Wars così come Scott sa benissimo cosa sia Blade Runner e Alien, e se torna a metterci le mani dopo decenni e decenni in cui ha spergiurato che non l’avrebbe mai fatto è ovviamente per soldi. E per cattiveria. Scott sa che tutti i film che ha diretto dal Duemila in poi sono flop al botteghino e nessuno se li ricorda, così è tornato agli unici suoi successi con la cattiveria astiosa dell’artista fallito, che ce l’ha con chi lo adora perché lo adora solo per due titoli su venti girati. Vedrai che ora toccherà al Gladiatore… “Gladiator: Covenant”, con l’Arena degli Ingegneri :-D

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  2. Sono assolutamente d’accordo. Mi è piaciuto come la riflessione su cosa è l’uomo si sia spostata dalla morte alla nascita, mi sembra una buona idea che però avrebbe giovato di una trattazione meno dispersiva. E il povero Jared Leto, avrebbe avuto un potenziale molto più

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    1. Ovviamente nom avevo finito! XD
      Dicevo, Leto avrebbe potuto avere un potenziale molto più grande di quello che ha effettivamente realizzato, anche perchè la sua scena, di fronte alla replicante appena nata, mi era piaciuta molto.
      Il problema è che io non riesco a ignorare quando una storia rimane in sospeso, e in questo caso ci sono moltr linee di trama che non vengono chiuse, cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso. Per non parlare degli spunti su una futura guerra replicanti vs uomini; spero che desistano perchè sarebbe davvero la fiera del “been there, done that”.

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      1. Sì, concordo con te, quella storyline a me starebbe bene anche se la lasciassero così in sospeso, se mai ci sarà un seguito. Avrei preferito fosse presa in considerazione l’idea alla base del corto Blackout diretto da Watanabe, lì secondo me ci sono molti spunti interessanti. E sono convinto ce ne siano tantissimi anche in questo BR2049, ma espando la tua sensazione sul potenziale smorzato di Leto a tutta l’opera. Tante piccole cose, tante innovazioni o idee simpatiche lasciate sul pavimento senza che fossero esplorate! Leto intanto mi auguro trovi un giorno un film che lo sfrutti per più di una manciata di minuti, si sforza così tanto, poveraccio :P

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    1. Vorrei poter dire che il mio giudizio finale è nonostante tutto positivo, ma purtroppo per me questo BR2049 sul serio non arriva alla sufficienza. Ma poco male, c’è tanto altro cinema promettente in arrivo! Il salto sul sito lo faccio molto volentieri ;)

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  3. Ma sono l’unico a sostenere che il film poteva (e doveva) durare trenta minuti IN PIÙ??
    In particolare nella scena geniale degli ologrammi di Elvis, che volevo non finisse mai e che quasi da sola mi ha convinto alla seconda visione in sala? Comunque pareri discordanti anche sul nostro blog, a me è piaciuto, mentre Paolo, il ns autore che ha vinto la recensione del film, non l’ha trattato benissimo, una recensione che peraltro ti invito a leggere, se ti va.
    Grazie, ciao!

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