Arrival - CineFatti

Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

La riflessione sul linguaggio di Arrival, l’esordio nella sci-fi di Denis Villeneuve.

Separa Arrival dall’articolo ‘the’ e tutto cambia: niente più subdoli Charlie Sheen o atmosfere da cli-fi (la climate fiction, sottogenere odierno della fantascienza), quell’articolo che indicava un evento unico e potenzialmente devastante lascia spazio al riflessivo film di Denis Villeneuve, alla prima prova sci-fi in attesa di vedere Blade Runner 2049.

Storie della tua vita

Arrival è l’arrivo e non l’invasione di 12 navicelle spaziali ovoidali, sospese nell’aria a pochi metri da terra in diverse parti del mondo, scelte senza un apparente nesso logico. Nessuna risposta, nessun suono, niente di niente arriva dagli specchi (come li chiama l’autore Ted Chiang nel suo racconto Storie della tua vita), solo un invito a entrare nell’astronave.

Ogni 18 ore un portellone si apre e da lì si entra in una stanza divisa in due, un’enorme vetrata da cui gli eptapodi, gli alieni, osservano gli umani e viceversa. Le ovvie differenze anatomiche rendono impossibile la comunicazione, per questo motivo per aprire un contatto con lo specchio atterrato negli USA il colonnello Weber/Forest Whitaker si affida a una linguista.

Afflitta dal ricordo della figlia deceduta, Louise Brooks/Amy Adams si imbarca nell’impresa di stabilire un linguaggio comune, quello degli eptapodi, per comprendere la ragione della loro venuta, insieme al fisico Ian/Jeremy Renner, costantemente pressata dalla CIA/Michael Stuhlbarg e dalle reazioni timorose e guerrafondaie delle altre nazioni coinvolte.

Sci-fi fuori e dentro gli schemi

È ovvio, Arrival si presenta come un mystery il cui climax atteso è rappresentato dalla rivelazione dello scopo della visita, condito da una storia intima di superamento del dolore, due vie parallele a cui possiamo affidarci, convincendo noi stessi di doverci aspettare qualche reazione folle da parte di Luoise, collegamenti mentali che possono distruggere la realtà presentata.

In realtà viene solo distorta, riprendendo peraltro lo schema di Ted Chiang, e la consequenzialità degli eventi data dalla linearità del cinema messa in dubbio, in modo sottile, perché Villeneuve tutto desidera meno che avere fretta. È un regista calmo, con la voglia di parlare con lo schermo e non di prenderlo a pugni come fosse un blocco di plastilina con cui giocare.

Fuori dalla finestra le speranze di avere un film d’azione, né un blockbuster sci-fi convenzionale, Villeneuve dei topoi del genere sembra conoscere poco e meglio così, perché in tal modo riesce a prendere una strada personale, riprendendone alcuni forse involontariamente e introducendone di nuovi. Quante volte abbiamo visto solo matematici chiamati a comunicare con gli alieni?

Le parole sono importanti

Arrival riflette sulla comunicazione in senso stretto, sulla scrittura e sul linguaggio parlato come strumenti di controllo delle dimensioni, passando per una classica critica alla mancata unione dei popoli, e gli riesce bene anche grazie all’appiattimento delle scenografie (la fidata Patrice Vermette), piene di personalità, ma mai invasive.

È una palla che rimbalza tra la regia e gli attori, con la sceneggiatura di Eric Heisserer a fare da campo di gioco, capaci di reggere il ritmo pur non brillando in modo particolare. La Adams funziona proprio grazie a questo suo pregio e difetto: la capacità di amalgamarsi alla storia senza difficoltà e l’incapacità di emergere al di sopra di ciò che caratterizza i suoi personaggi.

Nulla, insomma, infastidisce l’avanzare degli eventi (Renner certo non ha le doti di una star), lo spettatore può concentrarsi sulle sue interpretazioni dei fatti, sui misteri apparenti e quelli nascosti pronti a essere svelati. Lo stesso Villeneuve stesso scende in secondo piano – contrariamente a Sicario dove la sua presenza era palpabile – presentandosi solo in poche occasioni.

Possiamo concludere dicendo che Nanni Moretti sarebbe fiero di questo film, pochi altri insieme a lui hanno sottolineato quanto le parole siano importanti.
Per un’interessante interpretazione vi rimandiamo invece all’articolo di Pietro Minto su Prismomag.com, dove gli spoiler cavalcano liberi, fate attenzione.

Fausto Vernazzani

Un pensiero su “Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

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