The King's Letters - CineFatti

King Song e la genesi dell’Hangul

Storia di una lingua nel biopic storico the King’s Letters

In questi giorni posso solo pensare a Song Kang-ho. Ritengo sia uno dei migliori attori della sua generazione, trovo si possa solo gioire del suo tour mondiale per Parasite e in più sono giorni di celebrazioni: vent’anni da the Foul King e the President’s Barber, quindici da Secret Reunion. È un momento d’oro per lui e dunque credo sia il minimo dedicare un articolo al suo ultimo film: il celebrativo The King’s Letters dell’esordiente Jo Chul-hyun.

Sarà mai ricordato tra i suoi migliori? Meh, dubito titani quali Memories of Murder e Thirst possano sentirsi minacciati dal biopic del re Sejong. Prima che gettiate all’aria il monitor perché tanto chi diavolo è ‘sto re Sejong, sappiate una cosa: non sono un linguista, ma suppongo pochissime lingue al mondo conoscano i propri genitori e il coreano è una di queste, giacché Sejong nel XV secolo ideò il coreano scritto, l’Hangul.

Come potrete immaginare il cuore di the King’s Letters è proprio la sua invenzione. Un’ossessione per il Sejong in pellicola a cui altro non interessa se non diffondere tra la gente una scrittura semplice da imparare, che rispetti la lingua parlata e allontani il cinese da Joseon. Impresa impossibile se gli unici studi sugli idiomi sono fondati sulla scrittura in ideogrammi, segni privi di un richiamo fonetico utilizzabile dal popolo.

La soluzione arriva nelle mani di Sejong grazie a una sceneggiatura accondiscendente: per risolvere una dìsputa con dei monaci buddhisti giapponesi sono chiamati gli odiati corrispettivi coreani, tra cui Park Hae-il, esperto in sanscrito e altre lingue delle regioni indo-tibetane. Cos’hanno di interessante? Migliaia di caratteri in meno del cinese e soprattutto dei principi fonetici da studiare e applicare per la fondazione di una nuova scrittura.

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La noia da sciogliere sotto la lingua

Sono ovviamente le King’s letters del titolo e va detto sin da subito, il regista Jo Chul-hyun rende davvero emozionanti le elucubrazioni sulla lingua, la concezione del tratto scritto e l’importanza di studiare ogni suono nella sua struttura morfologica e antropologica. Assurdo figurarsi un film del genere senza affascinanti e misteriosi alieni – Arrival, guardo a te – incredibile funzioni così bene sfruttando escamotage vecchi, se non vecchissimi.

Il gran peccato è vedere un’autorità come Song Kang-ho – già re nel sottovalutato the Throne, ambientazione fine XVII inizio XVIII sec. – doversi giostrare nell’iper-abusata rappresentazione delle beghe aristocratiche. Forse Jo Chul-hyun credeva erroneamente il lavoro sull’Hangul da solo avrebbe trascinato gli spettatori nella noia, e per questo ha aggiunto il dibattito buddhismo vs confucianesimo tra la corte e il re Sejong. È lì la noia.

Se ingaggi Song Kang-ho sei costretto ad alzare la posta, tuttavia the King’s Letters è uno di quei casi in cui abbassarla avrebbe significato tutto. La differenza tra un film originale e un barboso biopic ricolmo di cliché. Fortuna vuole si piazzi esattamente in mezzo, lasciando la bocca sufficientemente dolce grazie a quelle bellissime scene davanti ai libri, all’inchiostro e alle numerose dita in bocca a un giovane monaco buddhista.

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Scopi pedagogici

È il solo luogo – comunque corrispondente a un buon terzo del film sparso per l’intera pellicola – dove trovare le qualità di Jo Chul-hyun. Gestisce l’humour rispettandone tempi e convenzioni, non spezza il ritmo all’imperatore e sa sempre dove porre il suo re Sejong quando deve diminuirne o accrescerne l’autorità, ma non sono le qualità a cui mi riferisco. È come eccelle nel far comprendere la bontà del lavoro sull’Hangul.

È lapalissiano, ma voglio esser capitan Ovvio per due secondi: the King’s Letters punta certamente a vincere il cuore del pubblico coreano, ma è anche l’internazionale un obiettivo importante. E siate certi che sedendovi davanti alla storia del re Sejong riuscirete a leggere anche voi diverse lettere coreane, a comprenderne il funzionamento e magari vi troverete ad aggrovigliare la lingua per tentare di imitarne i suoni. Potreste riuscirvi.

Jo Chul-hyun esce vittorioso dalla sua battaglia: dimostrare ancora una volta come l’Hangul sia in effetti uno degli alfabeti più semplici al mondo. Se qualcuno editasse the King’s Letters in modo da cancellarne le parti noiose, avremmo un gran film su un tema davvero poco trattato nel cinema – ricordo Antonio Banderas imparare istantaneamente il normanno davanti a un falò – ma dobbiamo accontentarci della sufficienza.

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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