Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Wonder Woman non è come sembra: una sorpresa targata DC.

Tecnica contro mito: Wonder Woman porta alto il vessillo del secondo. Nell’alcova edenica di Themyscira non c’è spazio per il progresso industriale né per gli uomini che lo hanno reso possibile.

Finché uno di loro (Chris Pine nei panni del pilota Steve Trevor) non piove dal cielo attraversando la nebbia che separa il paradiso dell’isola dall’inferno del mondo.

Il temuto ritorno del dio Ares, motivo per il quale Antiope (Robin Wright) allena Diana (Gal Gadot) sin dall’infanzia contro il volere della regina Ippolita (Connie Nielsen) che l’ha data alla luce, sembra essersi verificato: oltre i confini del perfetto cosmo delle Amazzoni regna il caos della Grande Guerra.

Si ride a metà

Per il quarto film del DC Extended Universe la regista Patty Jenkins gioca la carta dell’ironia ponendo la cupezza tipica del marchio su di un piano differente rispetto alle esperienze passate.

Gal Gadot – una Wonder Woman dalla statuaria presenza scenica ma incapace di spingersi al di là di un paio di espressioni facciali – è affiancata da un team di divertenti comprimari, dalla brillante Lucy Davis (la segretaria Etta Candy) al caratteristico Saïd Taghmaoui (il turco Sameer) passando per Ewen Bremner, lo Spud di Trainspotting.

Una squadra che la sceneggiatura di Allan Heinberg e Zack Snyder lascia tuttavia in forma di abbozzo, divertissement, margine decorativo.

Wonder Woman gif 1

La Grande Protagonista

E la ragione è chiara: lo sfondo in realtà sta davanti. È la guerra il personaggio principale del film della Jenkins, la guerra che abita nel cuore degli uomini. Una verità amara, durissima, a cui la forte ma ingenua Wonder Woman perviene non senza difficoltà, sofferenza, dolore.

Nella sua storia speranza e malinconia convivono in un’unica soluzione, irradiati dal centro del rapporto fra Diana e Steve (intensa e ben riuscita interpretazione di Chris Pine) fino allo scontro conclusivo con il crudele e ambiguo Ares.

Goffo ma buono

Nella rappresentazione della grande battaglia finale come dell’excursus iniziale sulle vicende olimpiche (quasi una brutta copia dei titoli di testa della prima stagione di The Leftovers) la Wonder Woman della Jenkins eccede in goffaggine.

Wonder Woman gif 2

La sua regia, rimpinzata di primi piani deformanti ed effetti speciali al limite del kitsch, trasmette una bidimensionalità da film classico in netto contrasto con la carica di novità che quest’opera è comunque riuscita a portare nel quadro non proprio entusiasmante del DC Universe cinematografico.

E perché Wonder Woman può dirsi innovativo? Perché pone al centro la presenza femminile pur senza sfruttarne il potenziale erotico e perché trova il coraggio di dare risalto al pacifismo con il giusto equilibrio di retorica e leggerezza. Per planare sulle cose dall’alto e ripartire, forse, da capo. A tempo di musica.

Francesca Fichera

Voto: 3/5

3 pensieri su “Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

  1. Goffaggine è un eufemismo :D
    Qualche buona apertura, CGI come se piovesse e la presenza di Gal non bastano, secondo me, a salvare questo film. Wonder Woman ne esce distrutta: un personaggio al limite del fastidioso.
    Terribili anche i dialoghi, non che mi aspettassi l’Amleto ma lo trovo un enorme passo indietro rispetto Batman Vs Superman che già aveva i suoi casini da risolvere.
    Hanno alleggerito tutto per restare in scia Marvel/Disney, finendo col copiarne la pochezza narrativa (in peggio), ovvero proprio ciò che i fan DC non volevano.
    Grosso punto interrogativo.

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    1. A me invece del personaggio piace proprio l’atipicità rispetto alle eroine in tuta aderente proposte dalla Marvel: è bella soprattutto perché è buona, è umana e divina insieme.
      Del resto è vero che lo script si lascia apprezzare più dal punto di vista strutturale che da quello dialogico. Ma io credo che sia una conseguenza, più che del voler imitare la Marvel, del desiderio di recuperare la dimensione classica del fumetto e dei suoi adattamenti transmediali. Desiderio tradotto in un tentativo che chiaramente è riuscito a metà: voleva essere nostalgico ma è risultato datato.
      Comunque non lo boccio. Mi ha colpita abbastanza l’amarezza di fondo, data sia dal contesto narrativo (la guerra) che dallo sviluppo della relazione amorosa. Forse con una mano registica diversa ne avrebbe guadagnato… In ogni caso non lascerei questa nuova via in favore di quelle già esplorate, che continuo a considerare fallimentari.

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