Diaz su CineFatti

“È bravo perché s’impegna” – Ma anche no.

Diaz: perché il cinema impegnato non è automaticamente di qualità.

Dopo la sentenza della Corte di Strasburgo sui fatti osceni della Diaz – rivolta «all’Italia», come ricordato in questo bell’articolo – si è tanto tornato a parlare del film di Daniele Vicari, unico esempio di fiction ad essersi preso la briga di affrontare il tema. Perché sull’argomento – come spero molti di voi già sapranno – abbondano i documentari e i filmati di repertorio tratti da servizi televisivi e riprese amatoriali, che Vicari stesso ha voluto parzialmente includere nella sua ricostruzione. Molte sono le lodi indirizzate a quest’ultima, soprattutto per aver colmato il vuoto di immagini relativo all’irruzione vera e propria nella scuola e alla detenzione nella caserma di Bolzaneto – e questo ce lo ricorda bene Bruno Pepe Russo su 404: file not found.

Solo parole, finora, su una parte dell’incubo divenuto realtà durante quelle ore, ma il solo sosta fra le virgole, perché in Black Block di Carlo A. Bachschmidt (2011) i volti dei testimoni (e sopravvissuti), la loro voce rotta, gli occhi umidi e fissi sull’orizzonte del ricordo parlano già a sufficienza, e non vi sono che primi piani a far loro da tramite. Vicari invece ha offerto un supporto alla realtà convertendola in finzione, dando forma univoca e dinamica a un orrore che fino a quel momento era rimasto imbrigliato entro i confini cangianti dell’immaginazione, o fra quelli asettici delle ricostruzioni operate sulla base degli atti e dei documenti processuali.

In sintesi: ha rac-colto e restituito l’essenziale di una vicenda, di questa vicenda; il che è ciò che più ampiamente si definisce raccontare. E che nell’ambito specifico del genere realistico possiede il vincolo – che è anche vantaggio – di un confronto obbligato con il concetto di fedeltà, per il quale l’attinenza ai fatti del mondo reale (o tangibile) e la coerenza nell’illustrarli sono fondamentali.

Black Block su CineFatti

Per fortuna Diaz di Vicari una coerenza ce l’ha, e non è l’unico del genere – a discapito della sua particolarità – come dimostrano numerosi esempi di film storici e biografici. Però – perché il però c’è sempre – la piccola questione che s’intende sollevare qui nasce dalla domanda: basta trattare in maniera coerente un tema politico per realizzare un buon prodotto cinematografico? Basta il contenuto a fare il film? Possono addirittura bastare le intenzioni, come nel recente e dibattuto caso di American Snipera condizionare il giudizio sulla qualità di un qualsiasi tipo d’opera? Ecco, secondo chi vi scrive no, e il perché è presto detto.

Sempre restando sul film di Vicari, se n’è parlato spesso come di un’ottima pellicola quando non come di un capolavoro; e al di là del consueto abuso che si fa di questo termine, la sua adozione per il caso peculiare di Diaz mi sembra decisamente fuori luogo. Il che non equivale a dire automaticamente che il film sia scadente – esistono le sfumature, fino a prova contraria: Diaz è anzi un’opera discreta, dove il modesto livello di realizzazione non attutisce l’impatto sociale, la sua forza, il grido di denuncia che veicola. Ma forse i due piani, quello del valore sociale e l’altro, relativo al valore artistico, andrebbero scissi; perché, come diceva il proverbio, “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni” e se si dovesse giudicare ogni cosa sulla base dei suoi presupposti non si potrebbe dire mai più “non mi piace”.

Dialoghi innaturali, opinioni inserite forzatamente a ulteriore sottolineatura di cose già evidenti – “Non ne hanno mai abbastanza. Ieri hanno ucciso un ragazzo di 22 anni. Cos’altro vogliono?” [in inglese nel film] o la blogger tedesca che legge un brano del suo post sui diritti civili in una scena del tutto casuale – fanno il paio con una regia televisiva che incorre non poco – vedi la ripetizione del lancio della bottiglia al rallentatore – nello stile da videoclip. E non si allontanano poi molto dai close-up un po’ ridicoli sul faccione tragicamente inebetito di Bradley Cooper, nel film di Clint Eastwood,  davanti al crollo delle Torri gemelle o agli orrori nascosti nella rimessa del “macellaio” – l’ultima cosa, fra l’altro, aggiunta volutamente da Eastwood alla trama del film, adattamento della biografia del cecchino Chris Kyle.

ditoriale di CineFatti - American Sniper

Facendo un paragone diretto tra Diaz American Sniper sulla questione della fedeltà, appare chiaro come il sole che il primo è superiore al secondo, essendo anche più coerente all’interno e all’esterno – se vesti i cattivoni di nero e metti la parata americana alla fine, mio caro Clint, il “film contro la guerra” non ti è poi tanto riuscito – e meno inesatto rispetto ai fatti concreti e documentati. Si può dire tuttavia che entrambi offrano un punto di vista speciale su una porzione dolente del mondo reale che non ci è stato dato di conoscere o esperire direttamente. Possiedono cioè, e a loro modo, valore documentale – come del resto, e lo ripetiamo, un buon numero di film biografici e storici.

Ma registi come Francesco RosiGiuliano MontaldoElio Petri e, in una certa misura, anche Marco Tullio Giordana, ci hanno insegnato che è assolutamente possibile coniugare l’impegno con la forma. Che anzi è necessario, perché la seconda non finisca con lo svilire il primo. Ed è perciò importante “alzare l’asticella” e non fermarsi a osannare un film solo per quello che dice, trascurando il modo in cui si esprime ciò che ha da esprimere e arrivando persino a renderlo intoccabile in nome di quegli stessi intenti. D’altronde, perché mai dovrebbe esserlo? Un film sta lì per un pubblico e si presta per natura a farsi leggere su molteplici livelli: gli stessi che consentono a me, per esempio, di giudicare Diaz di Vicari una fedele ricostruzione visiva degli episodi del G8 – con una sequenza, quella dell’irruzione nella scuola, davvero degna di nota e ben diretta – inserita in un contesto linguistico e tecnico più che modesto.

La critica al valore artistico dell’opera non mi impedisce di negare il suo ruolo (indiscusso) all’interno della società… Fermo restando che chi non ha cambiato idea di fronte a documenti come La trappola difficilmente lo farà davanti al finzionale, per quanto questo riesca ad essere accurato.

4 pensieri su ““È bravo perché s’impegna” – Ma anche no.

  1. Articolo molto ben documentato ed assolutamente condivisibile, anche se… Anche se perché poi, ognuno di noi, ha, necessariamente, una predilezione, parlando esclusivamente da spettatrice. E da spettatrice prediligo e credo che prediligerò sempre il contenuto rispetto alla forma. E questo mi porta ad amare molto di più un film imperfetto che mi dice tantissimo per il contenuto che veicola rispetto ad uno dalla forma tecnicamente eccelsa in cui il contenuto abbia poca importanza. Poi è chiaro che una separazione così netta non si può mai fare.
    A livello critico, invece, hai totalmente ragione.

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    1. Chiaro, è ovvio (ed è bello!) che ognuno possa avere la propria “visione preferenziale”, del cinema come degli altri linguaggi. E, d’altra parte, un film come La grande bellezza dimostra ampiamente – almeno per quanto mi riguarda – il tuo discorso: che esistono, cioè, film estetizzanti in cui la forma prevale sul contenuto, finendo con lo svilire/svuotare quest’ultimo, e che si sente più la mancanza del cosa che del come.
      Per me, comunque, le opere più riuscite restano quelle in cui la forma e il contenuto procedono di pari passo, come amanti in perfetta sintonia: tagliando un po’ con l’accetta, s’intende, è lì che credo risieda l’arte con la maiuscola.

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  2. A me DIAZ è piaciuto anche come film in sé. Ho trovato che Vicari cercasse di proporre un film più pensato come prodotto filmico,piuttosto che un documentario travestito da cinema.Per me il contenuto e la forma in questo caso non sono in disaccordo,ma è anche vero che posso parlare solo da spettatore, sicché…
    Detto questo, cosa cerco e cosa mi piace in/di un film? Personaggi, storia, e messaggio. Perché come scrive la mia dolce metà: vi sono pellicole anche ben girate,ma se hanno messaggi dozzinali non mi piacciono affatto.
    Credo però che la tua soluzione sia migliore: contenuto e forma
    Si,dai : volemose bene <3

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    1. :) Vale per te come per la tua dolce metà: è vero, ci sono film in cui la mancanza di un discorso forte e coerente si fa sentire nonostante, diciamo, la “confezione” attraente. Tuttavia per me – e vale per Diaz come per altri – il messaggio diventa fine a se stesso se il testo non fa tutt’uno con esso. Sempre tanto amore, gente del nostro piccolo bar. :D

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