Into the Woods

Pop-corn al cianuro #3 – Into the Woods

Entrate Into the Woods a vostro rischio e pericolo.

Se continuate a leggere, io vi avviso, mi dovrete 12 euro e cinquanta per aver visto questo film al posto vostro.

Ho calcolato i danni che mi sono derivati dalla visione di uno dei più grossi sfracassamenti di palle degli ultimi quindici anni e, al netto di quanto io sia danneggiata di partenza, ho valutato che 12 euro e cinquanta sia una cifra ragionevole per avermi provocato una temporanea orchite.

Into the Woods, come ci viene ricordato circa quindicimila volte durante ogni canzone o dialogo, è un musical. Anzi, è un film tratto da un musical tratto a sua volta da alcune fiabe della letteratura classica per l’infanzia, nella loro rivisitazione destroide à la Disney. C’è anche da dire che nell’ultimo periodo con tutti questi film tratti da fiabe settecentesche, è proprio palese che sia una stagione d’oro per la creatività degli sceneggiatori. Già.

Come funziona? Ve lo spiego. Prendete: Cenerentola, Raperonzolo, Cappuccetto Rosso, Jack e la pianta di fagioli, una strega cattiva e La moglie del Fornaro. Fateli cantare tutti insieme, utilizzando come testi tutto quello che stanno facendo. Tutto. Raggiungerete picchi di poesia come “ci sono insetti sulle mammelle della mucca” o “tutti vogliono le verdure” meravigliosamente gorgheggiati. Fateli cantare proprio tutto ciò che succede, in modo che lo spettatore tema che uno dei protagonisti debba andare in bagno là, into the woods, e che parta un coro in sol maggiore sulla scomodità di aver trovato, into the woods, solo ortiche per pulirsi il culo.

Il risultato finale è un bel mash up  tra Al Bano, gli Einstürzende Neubauten e Taylor Swift. Solo che ad un certo punto vengono levati gli Einstürzende Neubauten e sostituiti con una cantautrice colta come Jo Squillo, che fa classe.

Arricchite il tutto con dei cameo preziosissimi, come Johnny Deep nella parte del Lupo Cattivo. E no, per quanto sia facile, non parlerò in nessuno modo di quanto triste e patetico sia un uomo che si è ridotto a indossare una cuffietta e avere costantemente dei baffi finti che minano la sua dignità. Non dirò minimamente che Johnny Deep si è completamente rincoglionito e che qualcuno lo fermi, prima che voglia interpretare, produrre e dirigere qualche rifacimento di Carletto, il principe dei mostri.

Johnny Depp in Into the Woods

Tra i cameo, ho creduto di riconoscere Cher nella parte della fata madrina di Cenerentola. Nei crediti si parla di una certa Joanna Riding, ma io credo comunque si tratti della Cher di “Do you believe”. A comprovare la mia teoria è la scelta del vestito per il ballo di Cenerentola: bustino d’argento, scarpe di vetro e oro , mutande di ghisa e reggiseno di eternit. Probabilmente di Roberto Cavalli.

Rimangono fondamentali personaggi purtroppo poco sviluppati nelle due ore e dieci di tortura, Raperonzolo, il Principe Metrosexual e suo fratello il Principe Sessualmente Confuso. Infatti, ne sono quasi certa, la mia parte preferita è quando i due principi, tronfi nelle loro sopracciglia perfette e il ciuffo piastrato babyliss, con movenze elegantissime degne di un George Michael sudato e reidratato con molta MDMA, si rotolano nell’acqua lisciandosi i muscoli in modo lascivo. Into the Woods!

Una scena di Into the Woods

Purtroppo, anche questo è compreso nei 12 euro e 50, passata un’ora e un quarto tutto sembra finito. Vi sembrerà che ormai il peggio sia passato e si possa andar a far la fila per pisciare prima di riprendere la macchina e andar via dal cinema: Cenerentola sposa il principe del Cassero, Raperonzolo s’accompagna col regnante del Muccassassina e per magia la strega non è più vecchia e col naso adunco ma ha l’aspetto di Meryl Streep.

Ma, aspetta! Meryl Streep è vecchia e ha il naso adunco.
Dov’è la magia? Dov’è?

Meryl Streep in Into the Woods

Dopo un’ora e un quarto, però, smettono di cantare. Sì, sfringuellano ancora qualcosa into the woods, ma ormai è tutto molto dilatato a favore di nuove pieghe della trama. Il simpatico sceneggiatore, dalla fantasia infinita, decide che prenderà ispirazione dalla seconda cosa più amata dai pre adolescenti dopo le favole: il porno.

E infatti decide di mischiare le carte, in una sorta di ammucchiata totalmente virginale in cui non si capisce chi è di chi e chi è di cosa. La moglie del Fornaro limona duro col principe, Cenerentola e Cecco il figlio del fornaio, di fantozziana memoria, s’appartano into the woods, e – a quel punto – vien da pensare che per la gigantessa di Jack e la pianta dei fagioli abbiano trovato delle soluzioni almodovariane niente male.

E invece no, non diventa più divertente e moralmente deplorevole.

No, gli ultimi 18 minuti non sono una serie di fotogrammi rosa con una Meryl Streep nel nuovo ruolo da probabile premio oscar di nonnetta zozzona, no. Gli ultimi 18 minuti servono ad una canzone in cui viene raccontato per filo e per segno tutto quello che è successo nella precedente ora e quaranta.

Ecco, siete arrivati fin qua.
E probabilmente vi sembra un racconto privo di senso, un mischione di quelli che fanno stare male come quando alle assemblee di istituto vi calavate nei bagni della scuola il vino Fragolino.
Into the Woods è così.

È una roba dolciastra e stucchevole, appiccicosa e prevedibile. È il mal di testa che vi viene il giorno dopo per aver bevuto quel vino finto fatto con le bustine e i solfiti. È la scusa che qualsiasi fidanzato userà per dirvi che ha ragione lui e, in fondo, lo vedi che i musical fanno cagare?

Ambra Porcedda

 

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