Leviathan - CineFatti, Recensione

Leviathan (Andrej Zvjagincev, 2014)

La corruzione dalle dimensioni mostruose di Leviathan – di Fausto Vernazzani.

Il vaso di pandora è esploso in Russia, una terra sempre in prima fila nelle avanguardie del cinema mondiale. Una fede da servire senza fare domande, non esisterà forse mai la settima arte senza che almeno un russo possa esprimersi con la sua arte. Senza citare il passato, possiamo dire che al presente ne abbiamo almeno due: Aleksandr Sokurov e Andrej Zvjagincev.

Del secondo è d’obbligo parlare oggi, sotto le stelle della Notte degli Oscar, tra capolavori più o meno grandi, sforzi insignificanti e opere grazie a cui possiamo ridefinire il nostro concetto di cinema. Una di queste è proprio Leviathan, candidato come Miglior Film Straniero affianco a IdaTimbuktu.

La sensazione di grandezza risiede già nel nome, è palese nell’immagine: Leviathan è a tutti gli effetti un kolossal, un racconto epico della contemporaneità, una sorta di volutamente blanda Iliade a metà tra la crudeltà immaginata da Gilliam in Brazil e il miglior cinema verità offertoci dal drammatico al documentario.

La storia, vincitrice di una Palma d’Oro a Cannes, scritta da Oleg Negin e Zvjagincev, arriva da una storia vera dagli USA e si traduce in russo: è la disputa per una fetta di terra, contesa tra l’orgoglio di Kolya (Aleksey Serebryakov) e il potere del sindaco Vadim (Roman Madyanov), una lotta impari e senza morale risoltasi in peggio per chi ha voluto combattere il Leviatano.

Non siamo di fronte a Moby Dick, il capodoglio come il mostro marino dell’Antico Testamento. Kolya non è Achab, la sua risolutezza non nasce dalla vendetta, dal desiderio di rivalsa contro un supposto volere divino.

La forza di Kolya è il suo opposto, l’incapacità morale condivisa con chiunque lo circondi, a partire dall’amico e avvocato Dmitri (Vladimir Vdovichenkov, il leviatano della recitazione), amico e portatore di doni, traditore, la leva da cui scaturisce il capovolgimento della trama: una motivazione in più per schiacciare il guscio senza virtù tra le fauci dell’enorme bestia.

Zvjagincev arena la creatura senza la maschera della carne, è di ruggine e ossa, parafrasando il magistrale Jacques Audiard, alle porte della terra degli uomini non ha più bisogno di nascondere la sua gravità, dove l’innocente Roma (Sergey Pokhodaev) si rifugia. Una sorta di rituale, il più piccolo deve vedere e vivere il mondo prima di poterlo fare suo, nel bene e nel male.

Non c’è parola che tenga contro le immagini di Leviathan, il paesaggio russo, sporco di neve e coperto di case sparse sulla costa rocciosa, è rappresentato con la stessa crudezza del miglior Tarkovskij, placido ed eterno, destinato a crollare. Che sia il fuoco di Sacrificio, a cui è impossibile non pensare sul finale, o le ruspe di un piccolo potente.

Questo non significa che Zvjagincev manchi di personalità, il suo Leviathan è una forma di rispetto, un gesto d’ammirazione rielaborato a parole proprie, un capolavoro tutto odierno, molto europeo nella rigorosa costruzione fotografica – per quanto gli Oscar si soffermeranno solo sulla “critica” alla Russia, presente in realtà solo come contorno e caratterizzazione dei personaggi -, dove è possibile sentire persino il sapore di Bergman con la risoluzione del conflitto tra religione e razionalità: non c’è vincitore alcuno, soltanto vittime, a cui non resterà niente. Il finale è la ciliegina sulla torta, con tanto di Philip Glass e il suo preludio all’Akhnaten a spingere lo spettatore a rimaner seduto di fronte ai titoli di coda.

 

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