Timbuktu - CineFatti

Timbuktu (Abderrahmane Sissako, 2014)

Sissako dipinge da Timbuktu un affresco della società malese.

Primo film proiettato in concorso all’’ultimo festival di Cannes e ora nella shortlist dei 9 candidati per l’’Oscar al Miglior Film Straniero, Timbuktu si è spianato, pezzo dopo pezzo, una strada davanti a sé totalmente inaspettata, superando nella corsa all’’Oscar candidati fortissimi come il canadese Xavier Dolan, i belgi fratelli Dardenne e il turco vincitore della Palma d’’Oro Nuri Bilge Ceylan. A Cannes uscì a mani vuote ma riuscì comunque a guadagnarsi la reputazione di film forte, coraggioso e necessario.

Siamo a Timbuktu, Mali. La polizia Islamica controlla i suoi abitanti in nome di Allah. Musica, calcio e sigarette sono proibite. Oltre a questo le donne sono obbligate a portare calzini e guanti anche sul luogo di lavoro.

La moltitudine di proibizioni da comunicare creano una situazione confusionaria da gestire anche per la polizia stessa che, ingarbugliata nel risolvere problemi linguistici tra macchinose traduzioni dall’’arabo all’’inglese/francese, trova non poche difficoltà a far sì che le regole siano rispettate.

Kidane (Ibrahim Ahmed) l’’unico presunto protagonista del film, ha deciso di vivere fuori città appartato con la sua famiglia. Nella calma del deserto puo’ suonare la chitarra al calare del sole e le sue donne, la moglie Satima e la figlia Toya, possono trascorrere il loro tempo senza l’’oppressione del velo in testa. La stabilità apparente di questa situazione sarà però infranta da un evento che obbligherà Kidane a battersi per difendere il proprio onore.

Kidane non è l’unico personaggio di cui seguiamo le gesta dall’inizio del film, anzi, la quantità di situazioni e persone che ci vengono mostrate sono tutte messe in scena con lo stesso approccio, con lo stesso distacco, con la stessa mancanza di un qualsiasi approfondimento umano e psicologico.

Questo fa sì che il sentimento di ingiustizia e orrore che nelle intenzioni del regista dovrebbe travolgerci d’impeto di fronte ad alcuni terribili eventi non viene fuori, perché è veramente difficile trovare un motivo per attaccarsi al destino di questi personaggi di cui non sappiamo niente.

Il mauritano Abderrahmane Sissako, classe 1961 e qui al suo sesto film, più che a raccontare una storia è interessato a mettere in scena un grande affresco di situazioni e personaggi all’interno dello stesso ecosistema in modo da farne venire fuori un disegno più grande.

Se si mette da parte una difficoltà di fondo per lo spettatore medio occidentale a capire determinate situazioni specificamente legate alla cultura di cui si sta parlando, che Sissako non fa niente per renderci in qualche modo più accessibili, quello che rimane è un film a tesi molto interessato a denunciare gli orrori commessi dall’’occupazione delle milizie islamiste ma allo stesso tempo molto poco interessato a trovare soluzioni registiche e drammaturgiche che ce le facciano davvero sentire sulla nostra pelle.

C’’è una sequenza davvero degna di nota che in un certo senso eleva un film discontinuo, noiosetto e senza ritmo a opera degna d’interesse. Si tratta della scena immediatamente successiva all’evento cruciale del film.

Quella in cui di fronte ad uno sconvolgente tramonto (magnificamente fotografato da Sofian El Fani, direttore della fotografia de La vita di Adèle), vediamo Kidane e l’’uomo con cui si è appena scontrato allontanarsi alle sponde opposte di un fiume rivelando appieno le potenzialità filmiche del formato panoramico.

Per il resto, la famosa scena di lapidazione di cui tanto si è sentito parlare, alternata con il canto di una strega e la danza di un soldato (scelta molto discutibile) stupisce per la sua inconsistenza. Timbuktu è un film senza dubbio coraggioso, di quelli che sarebbe meglio averne sempre e comunque. Peccato che non ci fosse dietro la volontà forte di parlare di una storia umana e alla portata di tutti.

Victor Musetti

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