Transparent

Transparent: il riso amaro dei segreti svelati

di Francesca Fichera.

Che ci troviamo a rovistare tutti i giorni
Tra le cose che un giorno sembravano vere

Otto Ohm-

La miglior comedy series agli ultimi Golden GlobesTransparent, da un’idea (e per la regia) di Jill Soloway, prodotta dal colosso Amazon. E il secondo globo d’oro se l’aggiudica un membro del cast, quello straordinario protagonista che è Jeffrey Tambor: Mort ma soprattutto Maura, he ma soprattutto she. Il perno intorno a cui ruota tutto il bizzarro universo (ebraico, va detto) di una famiglia, di più famiglie; nuove o vecchie, in procinto di rompersi o già sfasciate. Tutto per un’identità rivelata, un segreto confessato, una verità finalmente ammessa.

C’è tanto sesso, in Transparent, e un’ottica che interpreta l’unità familiare in modo post-seriale (cfr. Brancato, 2011), ossia tutt’altro che tradizionale. Mort ha tre figli – Sarah, Josh e Ali: fortissimi e indimenticabili – a cui è giunto il tempo di mostrare, dopo una vita di finzioni e sotterfugi, la suaa essenza, la realtà più sincera del suo essere. Ci riesce, non senza difficoltà e nonostante gli imprevisti; ma, più di tutto, passando sopra il fatto che tutti e tre i ragazzi conducano un’esistenza ostinatamente votata all’egoismo e bloccata da se stessa: Sarah (Amy Landecker) dalla sua precoce crisi di mezza età, per la quale manda all’aria il matrimonio in nome di una passione saffica tornata dal passato;  Josh (Jay Duplass) dalla sua dipendenza sentimentale, dove amore e sesso ancora si confondono; e Ali (Gaby Hoffmann, impressionante) dalla sua cocciuta negligenza, che la spinge a saltare da un hobby come da un amante all’altro.

Transparent (1)

10 episodi della durata di mezz’ora e la prima stagione sfreccia via come un treno, immersa in atmosfere da Little Miss Sunshine, con un’audacia verbale e un acume di rado ravvisabili in un prodotto seriale, in particolare se di genere comedy. Situazioni strane e imbarazzanti, inframezzate da momenti drammatici, non vengono mostrate per puro esercizio retorico, bensì nel pieno rispetto di una coerenza di fondo che intende mettere in scena la normalità dell’anormalità, il come sia sufficiente la caduta – ma è meglio dire movimento – di un singolo pezzo ad innescare una reazione a catena. E in tal caso il motore – lo dice il nome stesso – è la trasparenza, e l’ingranaggio riguarda un mondo dominato dalla menzogna e dalla segretezza, anche – e persino – interiori.

Perché Mort ci ha messo una vita a scoprirsi ed accettarsi quale Maura, e il suo dichiararsi tale è un modello di compiutezza che trasforma inconsapevolmente l’intero ambiente circostante, muovendolo a fare altrettanto. In punta di piedi o rumorosamente che sia – ma sempre sulle note della dolcissima musica di Dustin O’Halloran (Like Crazy) e di un bel mucchio di classici rock – ciascun membro della colorita famiglia Pfefferman attinge alla lezione paterna (ora materna) per imparare la propria. Tuttavia, non v’è nulla di definitivo o di dogmatico – al contrario, il dogma è preso in giro, come in A Serious Man dei Coen: Transparent riproduce i mutamenti della vita umana con una fedeltà che ha dell’incredibile. Quello che sembrava eterno un attimo prima, un momento dopo non c’è più; la più impetuosa delle passioni può rivelarsi meno felice del più noioso ed abitudinario dei rapporti coniugali. Ed è verissimo, e succede, anche nel mondo della stramba famiglia Pfeffeman. Teneramente ingarbugliato e realistico ma, più di ogni altra cosa, intimamente aperto. Anche, e per fortuna, a una seconda stagione.

 

 

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