50 sfumature di Lego

50 Sfumature di altro

di Francesca Fichera.

Tempo fa leggevo un libro. Un saggio di una tale Robin Norwood – all’epoca ignoravo chi fosse – intitolato Donne che amano troppo, serie di ricerche condotte in ambito psicologico e psichiatrico sulla scorta di casi reali osservati nel corso degli anni. Una di quelle quarte di copertina che spingerebbe gli avventori più scettici della libreria ad abbandonare il volume sul bancone, sul divanetto in pelle o, ancor peggio, sullo scaffale che l’ospitava fino a pochi secondi prima, per poi filarsela col primo mattone di tendenza.

(E invece).

Quando l’ho aperto e sfogliato l’ho fatto più per curiosità che per convinzione, certa di non avere niente a che fare con la realtà e le donne descritte fra le sue pagine.

(E invece).

Mi sono subito resa conto di quanto quel volumetto, all’apparenza così melenso e con quel titolo così pretestuoso, fosse in grado di offrire intuizioni inedite, molto lontane dalla banalità che lo ammantava. Un discorso in particolare mi colpì – veniva affrontato quasi in conclusione – ed era quello che riguardava la percezione dell’amore in società, per la quale teorizzava un condizionamento reciproco fra i gruppi sociali e l’immaginario culturale da essi prodotto (e abitato).

Paroloni a parte, la Norwood stava (sta) praticamente a dire che il vivere in maniera autonoma un sentimento pregnante ed essenziale come quello amoroso è diventato, nei secoli, quasi un’impresa. Perché sempre più di rado ci si è riusciti a emancipare dal “modello d’amore” imposto (e auto-imposto) dal vivere insieme, molto spesso preferito – anche inconsciamente – al proprio intimo, specifico, assolutamente personale modo d’intendere.

E qui veniamo al punto di 50 sfumature di grigio; non a caso, dato che il modello descritto e criticato dalla Norwood vede protagonista – volendolo e finendo con l’imporlo – un amore i cui necessari presupposti risiedevano nel dolore, nel sacrificio, nella distanza e nella difficoltà. Una forma di eroismo (in nome di Eros) che per le donne equivale, più prosaicamente, alla cosiddetta “sindrome della crocerossina“. Cosa c’entra con il best-seller di  E. L. James  a.k.a. Erika Leonard  – e con il film che ne è stato tratto? Non quello che probabilmente state pensando.

50 sfumature di grigio

Il fatto che in questa storia si parli di BDSM, cioè di tutte quelle pratiche sessuali basate sulla dialettica fra dominato e sottomesso e che includono fantasie estreme e sadomaso, non è il punto da centrare. Anche se è quello che attira di più, e che allo stesso modo irradia il maggior numero di fraintendimenti. Perché? Innanzitutto per la questione della consensualità, che per un buon numero degli amanti del genere è fondamentale – è bene ricordare la formula del SSC, acronimo che sta per Sicuro, Sano e Consensuale – e che in 50 sfumature invece risulta del tutto trascurato – come dimostra l’oramai celebre esempio della “disobbedienza” alla safe word, la parola di sicurezza che decreta la fine dei giochi per stanchezza o insoddisfazione di una delle due parti, in tal caso femminile.

I problemi principali, è opportuno sottolinearlo, stanno a valle e non a monte, e appartengono a chi è chiamato a interpretare tutto questo: al pubblico. A quelle ragazze che dicono, scrivono “in fondo, Mr. Grey è l’uomo dei sogni” nonostante sia un individuo che concede a una donna di stare con lui solo se rispetterà le sue follie – apparentemente limitate da regole – senza fare obiezioni. Perché il sogno ottenuto in cambio sarebbe un ricco adone a sempiterna disposizione e, quel che è peggio, secchiate di soldi e di futilità. Ma, sopra ogni cosa, e senza tanto scomodare il femminismo (che in questa sede, anche per mancanza di competenze, non mi sento di chiamare in causa, almeno non più di quanto è stato già fatto altrove), preoccupa l’aspetto psicologico del compenso: la soddisfazione della sindrome da infermierina, del “più sei stronzo e più voglio salvarti” che viene elevato a modello vincente.

Per carità, non è come quando si condannava Sailor Moon – una ferita ancora aperta, una fra le tante – imputandole di condizionare la crescita e l’orientamento sessuale dei ragazzini; appunto perché, in quel caso, veniva ricercata  fuori la causa di qualcosa di completamente innato ed endogeno, intimo, interiore (oltre che esente da qualsiasi giudizio morale e di valore) . Mentre 50 sfumature cerca a tutti i costi di rendere affascinante l’estremizzazione di un istinto – quello materno, quello dell’infermiera che accudisce e salva il bimbo ferito – romanzandola attraverso la narrazione su carta e, ancor più diffusamente, con il cinema.

50 sfumature di Grey

Così, e di nuovo, si va ad alimentare il “modello d’amore” di cui sopra, quello che la Norwood criticava. E incentivandolo non soltanto lo si dichiara ammirevole, invidiabile: a poco a poco si fa in modo che, nel fitto e complesso sistema di rapporti fra società e immaginario, passi l’idea che sia l’unico amore possibile. L’unico vero, reale, testimoniato dalle cicatrici, da un corpo martoriato dalla perdita di controllo, di consapevolezza, da una mente succuba. I frustini non sono i colpevoli, le catene non sono metalliche o di corda: la sola, immensa costrizione sta nel convincersi che sia sempre più erotico un uomo che sfugge di uno che rimane. Che un individuo reso violento dalla gelosia sia sempre più attraente di uno che sa rispettare gli spazi della persona che ha accanto. Che l’ideale amoroso sia sempre un altare su cui bisogna immolare qualsiasi cosa, a cominciare dalla dignità. E fa niente se il prezzo dell’esser rimaste a salvare l’insalvabile è un occhio nero o un livido a forma di continente africano (alla men peggio).

Importante sarebbe ragionare con le possibilità, non con gli assoluti: pensare che, sì, l’amore può essere questo, per me (o per altri come me), ma non è che deve. A maggior ragione se in ballo ci sono il senso del limite e l’incolumità delle persone. E del primo ci si domanda la fine e il principio, se non l’esistenza stessa, visto che una tale quantità di donne ha voluto rivedersi in una storia che inneggia alla sua assenza, alla mancanza di misura in quanto tale. Al di là del perché mezzo mondo abbia acquistato e amato un libro scritto male, forse potrebbe rivelarsi utile chiedersi perché ne abbia apprezzato la trama. Esistono davvero così tante persone convinte che amore faccia rima con dolore, e che per legittimare tale pensiero sia lecito utilizzare (male) il BDSM a mo’ di metafora? Oppure molti – molt– di quelle che leggono e guardano le 50 sfumature non sanno effettivamente di cosa si sta parlando?

A questo punto della storia, quella umana, la speranza – o meglio: il male minore – è che valga la seconda delle due risposte; perlomeno in virtù delle tante parole spese, e soprattutto azioni compiute, in nome di un concetto di persona prima, e di genere poi, che fosse finalmente distante dall’annullamento. Dove annullarsi significa, anche, chiudere gli occhi su se stessi e sui propri limiti, su ciò che si può e ciò che si vuole, e su quello che invece no. La chiarezza, la consapevolezza, sono fondamentali per tutto, anche per l’amore. E c’è un infinito bisogno di entrambe quando le difficoltà sono serie e le sofferenze condivise. Su quest’ultimo punto, Anastasia Steele, il suo Mr. Grey e il loro incredibile successo planetario contribuiscono a gettare parecchia confusione, ma fidatevi: la comprensione e l’affetto non bastano quando viaggiano su una sola direzione. Se mancano il rispetto, la fiducia reciproca e la sensazione di benessere (che può essere eccitante, a suo modo), non ci sarà “parola di sicurezza” in grado di ristabilire l’ordine.

Le mazzate saranno vere, e le sfumature tutt’altro che grigie. E non sarà cambiato nulla a parte la cosa più preziosa di tutte: il senso di se stessi.

Perciò io, alle 50 sfumature che giocano con il fuoco facendo finta che non esista o che sia altro, dico proprio no. Forse esagerando, ma almeno con la ferma sicurezza che la mia esperienza – come quella di altre – sia servita a qualcosa. Perfino a scegliermi compagni migliori per i momenti di noia e solitudine. Anche un porno. Che non è subdolo, non è ipocrita, non viene a raccontarti che nascerà l’amore lì dove al 90%, e nel migliore dei casi, passerà e se ne andrà via un calesse, come insegnava il grande Massimo.

 

 

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