The Judge

The Judge (David Dobkin, 2014)

Robert Downey Jr. e Robert Duvall in una sfida tra padre e figlio in The Judge – di Francesca Fichera.

Provate a dire The Judge in successione per almeno quattro volte. Divertente eh?

Ora possiamo iniziare.

Henry Palmer, detto Hank, è un bellimbusto  (Robert Downey jr.) che piscia letteralmente sulle scarpe dei suoi avversari. Ed è, da notare, un avvocato. Un giorno si ritrova costretto ad abbandonare un’udienza a causa di un lutto improvviso. Per lo stesso motivo fa ritorno nella piccola, rude e bigotta cittadina dell’Indiana in cui è cresciuto, e dove ancora vivono i due fratelli, Glen (Vincent d’Onofrio) e Dale (Jeremy Strong), con l’anziano padre Joseph (Robert Duvall): il giudiceThe Judge. L’ironia della sorte vedrà quest’ultimo coinvolto in un’indagine per omicidio, e con Hank a difenderlo.

Il regista e produttore televisivo David Dobkin, famoso soprattutto per 2 single a nozze (c’è da dire), si lancia nel genere legal, e lo fa non senza errori ma neppure sbagliando dall’inizio alla fine. Di sicuro la storia del suo giudice possiede pochi ma buoni punti di forza, innanzitutto negli interpreti principali: Robert Downey jr., “nato col carisma di Iron Man“, e un Robert Duvall intensissimo, perfettamente calato nella parte – di uomo, di padre e di nonno, tutti e tre alla fine della vita – e in un personaggio complesso, profondo, sentito e sviluppato dall’interno, come un piccolo sole.

La sceneggiatura, invece, è quanto di più discontinuo si sia mai visto sullo schermo: concepita da Dobkin assieme a Nick Schenk, che si è poi preoccupato di espanderla con la collaborazione di Bill Dubuque, alterna momenti esaltanti – i dialoghi tra Hank e il padre, alcuni istanti del processo – con disarmanti cadute di stile – la pedalata in bici, i ricordi amorosi di gioventù – di una banalità quasi volgare. In mezzo, ci sta Holocene di Bon Iver: se non fosse una canzone splendida e maledettamente struggente e malinconica, anche quella rientrerebbe fra le trovate imbarazzanti del film, visto il modo forzato e didascalico col quale Dobkin la incastona nel sottofondo musicale (che appartiene anche e soprattutto a Thomas Newman, attenzione).

D’altra parte, The Judge affronta in maniera chiara e discreta – con il suo buon grado, anche un po’ necessario, di smancerie – i dilemmi e le mille pieghe di un rapporto padre-figlio tanto particolare quanto difficile, irto di ostacoli. Lontano (molto) dal lirismo di Quel che resta del giorno, dall’epicità di Era mio padre, dall’icasticità di Re della terra selvaggia e del Re Leone, ma con una chimica di fondo assai più comune (e lacrimogena), un poco come quella che percorre le scene coloratissime di Saving Mr. Banks. E va bene, anche se non benissimo, specialmente per papà Duvall.

 

 

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