Brazil (Terry Gilliam, 1985)

L’infinito carnevale triste di Brazil.

Sembra uno Zabriskie Point al contrario, Brazil di Terry Gilliam, perché comincia con un’esplosione e si trascina fino a diventare un canto struggente e sottovoce. Sembra e soprattutto è un capolavoro, di Gilliam e della storia del cinema in assoluto.

Definirlo visionario è riduttivo, perfino fuorviante: Brazil è realtà, predizione di un mondo che avrà (che ha) di differente soltanto l’apparenza ma che è sostanzialmente identico a quello mostrato; un presente che oscilla finendo coll’assomigliare così tanto alla sua immagine da discostarsene. Da mutarsi nella sua parte peggiore.

D’altronde non è poi così lontana l’idea orwelliana (qui omaggiata) di una società ipercontrollata dove qualsiasi attimo di piacere (una cena in famiglia, l’attesa del Natale, il risveglio di due amanti) è destinato ad essere spezzato da un sistema (parola abusata ma, per certi versi, insostituibile) che è la contraddizione di se stesso e mira all’ordine per creare caos. Che controlla invece di gestire, governare. Che reprime invece di supportare.

Dal sogno all’incubo

Assurti a simbolo esasperato di questa mostruosità multiforme e tentacolare sono mostri più piccoli e specialmente reali: i burocrati e la burocrazia. Tutti, nella realtà denudata da Brazil, finiscono con l’esserlo: non solo gli abitanti di imponenti strutture di sessanta piani spartite in miliardi di corridoi e cubicoli vomitanti carta, ma anche gli uscieri, i camerieri, gli elettricisti (vedi Bob Hoskins).

Tutti si esprimono con i numeri anziché con i sogni, fino a che il cibo non si trasforma in una massa informe e uguale in ogni dove, come le case e le folle che ci vivono. E chi possiede ancora la capacità di volare con le ali dell’immaginazione, come l’impiegato Sam Lowry (Jonathan Pryce), rappresenta la scintilla in grado di innescare il cortocircuito: la forza del sogno che può sostituirsi all’energia meccanica e vegetativa del reale.

Queste ultime due  risultano a tutti gli effetti mescolate da una scenografia straordinariamente curata in ogni dettaglio, votata a riprodurre il senso d’angoscia del più riuscito dei labirinti onirici, i cui autori  Norman Garwood e Maggie Gray ottengono una candidatura all’Oscar oltremodo meritata. Idem la sceneggiatura, anch’essa perfetta, di un Gilliam geniale e incompreso del quale viene sottovalutato soprattutto il talento registico.

Il domani è già passato

Grazie a questo Brazil può essere definito un film inclusivo, inglobante, una storia disseminata di citazioni (fra cui quella lampante a La corazzata Potemkin di Ejzenštejn), di maschere e di passioni, in cui ogni immagine ha il profumo di un’ironia realistica e rassegnata eppure non priva di rabbia.

Qui, in questo esatto punto, v’è l’unica visione di cui si può parlare: quella di una fantascienza cinematografica che trova in Blade Runner il suo unico pari. E in un grigissimo carnevale di Rio, accompagnato da festanti invisibili e coriandoli bianchi e numerati, la condanna di un domani già passato.

Tomorrow was another day.

 Francesca Fichera

Voto: 5/5

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