Maps of the Stars - CineFatti

Maps to the Stars (David Cronenberg, 2014)

Hollywood e le sue stelle cadenti sotto la lente di Cronenberg in Maps to the Stars – di Fausto Vernazzani

La mutazione del cinema di David Cronenberg è così evidente da non meritare ulteriori discussioni. Maps to the Stars segue il filo di Cosmopolis, diverso nella sua natura, ma simile nell’esecuzione, luoghi dove il contenuto si semplifica, da gesti e corpi è diventato parola.

Le interiora hanno vinto sulla forma in un certo senso, un intricato paradiso di citazioni e richiami sono adesso il nuovo dio del regista canadese, preso da visioni meno intime e più globali.

L’anarchia che circondava la limousine di Eric Packer in Cosmopolis è ancora agli antipodi, ma Robert Pattinson ne è ancora alla guida, con le tasche vuote e senza un patrimonio a nutrirlo, solo sogni che gli impongono di accettare il necessario pur di esprimere la sua esistenza.

Ma non è lui il protagonista, autista e Caronte che trasporta i turisti nella Hollywood illuminata da astri caduti seguendo quella ‘mappa delle stelle’ a cui fa riferimento il titolo del film di David Cronenberg.

L’eredità del fuoco

Il principale personaggio è Agatha/Mia Wasikowska, una ragazza appena giunta a Los Angeles dalla Florida, dove per anni ha curato se stessa e le ferite causate da un incendio, in vacanza e presto al lavoro come assistente personale di Havana Segrand/Julianne Moore, star decaduta ossessionata dalla possibilità di ottenere un ruolo preciso.

Quel ruolo è la propria madre deceduta in un incendio (Sarah Gadon, glaciale), protagonista di Acque rubate, un film girato trent’anni prima di cui è in preparazione ora un remake che non comprenderà la figlia Havana a prender le vesti di una madre da lei tanto criticata pubblicamente pur di esser commiserata dal mondo che la circonda.

Eccessi familiari

Insieme alle due protagoniste femminili vi sono i Weiss, col capofamiglia Stafford/John Cusack, un Life Coach di successo e guru di Havana, e sua moglie Christina/Olivia Williams insieme al figlio Benjamin/Evan Bird, una baby star di 13 anni rovinata fin nel midollo dal successo che lo ha portato all’eccessivo uso di droghe, alcol e sesso.

Una famiglia con una figlia svanita, un segreto – I segreti uccidono è il titolo del libro di Stafford – e un destino irreparabile come la dignità di Havana, umiliata da se stessa sia nel sesso che nella vita quotidiana, amante della morte (in una banale sequela di eventi) se questa le permette di dare vita a quei sogni che puzzano di marcio.

Un Cronenberg senza scintille

Cronenberg non partecipa alla festa, non impone ai comprimari di sostenere un peso, sono ombre che entrano ed escono dalla scena per dare una scusa ai protagonisti per proseguire con la loro infamia, creature nate da un rapporto morboso, “venute da Jupiter” (figli del dio Giove, sposato con sua sorella Giunone) e dunque corrotte dalla nascita.

Ma anche se la colpa non è dei piccoli, deprecabili esseri come il viscido Benjamin, la bruttezza è accolta senza esitare un istante. Tutto appare con sincerità di fronte alla macchina da presa di Cronenberg, con una fotografia meno accogliente del solito e più “naturale” (Peter Suschitzky) anche quando i fantasmi del passato infestano la veglia dei vivi.

Una regia che non si può dire televisiva, solo neutra, che favorisce le grandi prestazioni degli attori, con una Moore che meritatamente si porta a casa il premio per la miglior interpretazione femminile al Festival di Cannes, immersi in una tragedia greca, intrisi nella mitologia di millenni fa.

L’assenza di maschere e di un ausilio tecnico/artistico, però, fa sì che la storia si svolga senza suscitare interesse, ciò che c’è da sapere è lì presente dal primo minuto di Maps to the Stars e non è necessario altro: la scintilla Agatha, donna che brucia ed è bruciata, è un fuoco appiccato con l’accensione del proiettore. Le ceneri finali sono un’ovvia conseguenza.

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