Mentre morivo - CineFatti

Mentre morivo (James Franco, 2013)

Con Mentre morivo James Franco riscrive William Faulkner.

Strano ma  quasi sempre vero,  i geni più eclettici e luminosi nascondono un’immaginazione piena di tenebre. A confermarlo è James Franco con la sua scelta di portare sullo schermo tutta la cupezza di Mentre morivo (As I Lay Dying) libro di culto di William Faulkner. Regista e interprete più bravo a rivestire il primo che il secondo ruolo, Franco presenta il film all’Un certain regard di Cannes 2013 generando un progressivo e sempre più accanito senso di rifiuto nei distributori internazionali, a cominciare da quelli americani. L’opera però ha un che di speciale che non passa inosservato al pubblico, e nonostante le reazioni piuttosto tiepide della critica.

Prima di tutto  Mentre morivo è un film ben riscritto, con un impianto registico che traspone alla perfezione questo aspetto sul piano tecnico: una scrittura prismatica, fedele al testo di partenza, la cui molteplicità di visione è resa attraverso lo specifico dello split screen, nel quale è declinato l’85 % del racconto filmico – il restante 15 % si divide fra totali, primi e (soprattutto) primissimi piani. È una sorpresa che significa coraggio: di Franco, nel proporre un lavoro ancora capace a sovvertire le norme linguistiche – e quindi anche percettive – della Settima Arte; e dello spettatore, che accetta la sfida lasciandosene inebriare fino in fondo. L’incontro fra i due mondi avviene in maniera riuscita laddove il regista riesce a coinvolgere chi guarda in un meccanismo inedito e chi guarda a capirne il funzionamento per entrarvi con consapevolezza.

Immergendosi in Mentre morivo, si è già in mezzo alle cose e, insieme, lontano dal loro compimento. Addie Bundren (Beth Grant) madre di Darl (J. Franco) e Jewel (un Logan Marshall-Green di bellezza e bravura indelebili) sta molto male; viene assistita da alcune donne e dall’unica e inquieta figlia Dewey Dell (Ahna O’Reilly).

Lo sdentato e rude marito Anse (un Tim Blake Nelson quasi iconico) con la pazienza sorniona di un felino siede sul patio in attesa che il destino si compia e, con lui, la volontà divina. Cash (Jim Parrack) il più robusto dei figli nel frattempo fabbrica la bara con meticolosa precisione e a dispetto della pioggia. Darl e Jewel partono per concludere un affare andando contro il desiderio di mamma Addie, che non vuole morire senza avere accanto il figlio prediletto. Succede il  peggio e di peggio.

La morte qui è solo l’inizio della fine: il Faulkner filtrato da Franco inscena in modo vivido la vita che prova a sbarazzarsi della morte e il suo misero, obbligato fallimento. L’essenza della vita stessa è il prepararsi alla sua conclusione – come recitano le frasi iniziali del racconto: in entrambi casi – l’esistere e il morire, o il vivere la morte –  se la sorte è disgraziata da principio, lo sarà fino alla fine. Allora si sarà – e soprattutto si resterà – goffi, laidi, totalmente inadeguati.

La doppiezza di questa conflittualità di fondo, tradotta dalla divisione dello schermo in due metà (nel film) e dai differenti, spesso ripetitivi, punti di vista dei personaggi (nel romanzo) serve a far passare con nobile e tragica potenza l’importanza delle differenze, il loro peso. Del sordido mondo immortalato da Faulkner il Mentre morivo di Franco ha saputo cogliere il nucleo verghiano, il tòpos di multiforme rappresentazione di una fortuna immutabile, di un cielo invocato ma inamovibile, di una speranza troncata – anche fisicamente – in ogni sua forma. E di una giustizia dimentica degli ideali, dei sentimenti, del lato più umano dell’umano. Vile e materiale come Anse, padre solo di nome, e a cui talvolta è possibile reagire solo impazzendo.

**

Ringraziamo Movieday per aver permesso a Napoli la proiezione italiana di questo film prima della sua distribuzione ufficiale.

Francesca Fichera

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