La leggenda di Kaspar Hauser (Davide Manuli, 2012)

La leggenda di Kaspar Hauser sa danzare – di Francesca Fichera.

Approcciare al cinema di Davide Manuli non è cosa di poco conto. Nei suoi film la materia spessa dei grandi significati della vita viene scomposta in granelli trasportati da un turbine di immagini, di musica, di pulsazioni, cenni, sollecitazioni sensoriali. Succede anche ne La leggenda di Kaspar Hauser, testimonianza potenziata della sua poetica di frammentazione del senso e dei sensi. Meno lirica del – per certi versi – superiore Beket, questa riscrittura del mito romantico dello “straniero rinnegato”, già trattato nel 1974 da Werner Herzog, deborda dallo schermo fino a riempire occhi e orecchie provocandone un piacevole stordimento, ai limiti della riproduzione coitale.

In primo piano, oltre ai casolari sardi immersi in una commovente solitudine e stagliati contro il cielo grigio (nel rigoroso bianco e nero di Tarek Ben Abdallah), c’è la fisicità di Silvia Calderoni, così androgina da risultare astratta: l’informe corpo estraneo, rigettato dal mare sulla terra che lo rigetterà, e dove lui/lei rigetta bava e convulsioni , in compagnia di strambi sceriffi dalla parlata stracolma di slang americano (uno dei ruoli interpretati da Vincent Gallo), donne-puttane-statua (la Duchessa di Claudia Gerini e la prostituta danzante di Elisa Sednaoui), preti sui generis (Fabrizio Gifuni) e deformità da baraccone (Marco Lampis). Nella figura di Kaspar Hauser risiede  un ideale, tanto ancestrale quanto anacronistico, di purezza e integrità, di illibatezza, di umanità incontaminata, la cui sopravvivenza – come insegna la leggenda – è data per spacciata.

Kaspar è una sagoma bianca su cui il mondo può scrivere ciò che vuole, anche e sopratutto il disprezzo: lo sceriffo di Gallo è un moderno e grottesco Dr. Daumer pronto ad insegnare alla sua creatura adottiva i segreti di una vita libera che non potrà mai essere tale. Perché la crudeltà, nera e lasciva, è in agguato: vive, sta lì, per aggredire, strappare via le ali. In questo caso, per fermare il ballo e spegnere la musica, quel ritmo primordiale che Vitalic intesse per farne il tappeto sonoro dell’intera storia, simbolo principale di una libertà che potrà realizzarsi solo in un’altra vita – un po’ come per citare i Faithless e il loro God is a DJ.

Manuli declina la matrice romantica de La leggenda di Kaspar Hauser in una dimensione ultramoderna che spacca i timpani e lascia vivide impressioni nello sguardo: la sua è una rivisitazione degli spunti esoterici del mito che si trasformano in magia bianca e nera, rappresentazione metaforica di una realtà sociale degenerata perché votata alla violenza e all’aggressione famelica nei confronti di ciò che è privo di etichetta e si “limita” a dire soltanto Io sono. In questo scenario poeticamente apocalittico spicca la positività di Gifuni, brillante sia nel personaggio che nella persona: ludico ma senza eccedere in “leggerezza”, sa essere incredibilmente intenso quando è il momento di dar voce allo straniante monologo di Giuseppe Genna, in una delle scene più memorabili del film.

Gli altri interpreti invece rispettano il livello delle aspettative riposte o anche lo deludono – Gallo è meglio pusher che sceriffo matto -, statuine di un presepe senza tempo coperto da un velo di bellezza onirica. La leggenda di Kaspar Hauser appare, accenna, suggerisce molto: sotto il suo sembiante la polvere dei significati originari è sommersa, difficile da recuperare. Individuarne i nessi senza conoscere il discorso di partenza è quasi come cercare un ago in un pagliaio. Ma forse è la logica stessa a voler essere omessa, perché vista come gabbia. E Kaspar Hauser sembra voler essere un’esperienza che non spiega, che non desidera spiegarsi, perché va solo assorbita.

 

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