Beket (Davide Manuli, 2008)

Insieme a Beket in attesa di Godot

La paura dell’’ignoto la capisci quando ti trovi di fronte a grandi film come Beket di Davide Manuli. Inizia il panico appena clicchi su play. La mente vaga nella memoria quando casca in qualcosa di sconosciuto, cercano riferimenti a cui aggrapparsi per trovare qualcosa di ugualmente bello per spiegarsi il presente sullo schermo.

Motivo per cui affianco al nome di Davide Manuli son piovuti a cascata richiami a Jean-Luc Godard, a Ciprì e Maresco, e la mia testa risponde con un suo opposto da una terra lontana, l’indiano Qaushiq Mukherjee (Il regno delle carte).

La verità è che Manuli poggia i piedi sulla sua Terra, proprietario di un suo pianeta personale, dove vaga tra una citazione letteraria e la ricerca di un avanzamento che porti indietro, impone un’’attesa infernale mossa grazie al movimento dell’’asse terrestre, più che al suolo su cui poggiano i piedi gli stessi personaggi.

Aspettando Godot

Aspettare Godot vuol dire attendere l’’autobus che porterà a Godot, il Dio di una landa vasta e desolata, ma come talvolta capita nella nostra Italia, quel mezzo ci guarda e passa oltre levitando sopra il terreno ed è così che si vien costretti a un viaggio a piedi.

Protagonisti non sono Estragone e Vladimiro, ma Freak (Luciano Curreli) e Jaja (Jerome Duranteau), prima lontani e poi vicini, seminatori e raccoglitori di aneddoti e voci distanti sulle leggende e le verità – due fatti che si confondono – di Cristo e di Dio, venerati da una radio che sputa aggettivi e avverbi

José Saramago e Stephen King avrebbero entrambi da dire sull’’utilizzo l’’uno degli aggettivi e l’’altro degli avverbi, passi falsi per l’’arte che aprono la strada all’’inferno, l’esatto opposto di ciò che un uomo crede di voler cercare nel corso della sua vita.

I gelati sono buoni?

Cosa siano inferno e paradiso è relativo, a conti fatti è il teatro dell’’assurdo la fonte primaria d’’ispirazione, quel Samuel Beckett che invita a tentare ancora, a fallire meglio e a ripetersi. S’i incontrano vari personaggi, a mo’’ di sketch ed atti separati.

Ci sono Adamo ed Eva a calcare il palco sterrato del Teatro dell’Improbabile dove si mette in scena L’’Isola che non c’’è, quell’Eden svanito che si fa sentire con le urla sguaiate di Lei contro un Lui istupidito e ancor fedele al suo Dio, mentre Lei ascolta e si unisce a un terzo incomodo, una sensuale voce della coscienza.

C’’è un Mariachi (Roberto “Freak” Antoni) che canta di piccoli vizi dal costo di milioni (“I gelati sono buoni, ma costano milioni”), che condivide le fattezze con l’Oracolo, un pastore di capre che a sua volta racconta d’aver un fratello gemello che alleva pecore e vien picchiato quotidianamente da Godot.

Ritorna invece la figura di un Fabrizio Gifuni straordinario, l’’Agente 06, le cui combinazioni del nome enunciate con ardore da lui stesso, danno bene l’’idea di quel che è lui, pur entrando in contraddizione con l’’esistenza di un Agente 08 (Paolo Rossi), rappresentante di quell’’unico momento di discesa del film intero.

Arte/cinema povero

Manuli per tutto il tempo gioca, lancia uno sfottò e si diverte a decostruire e disintegrare l’’immaginario cinematografico di cui siamo composti, elimina atomo per atomo la convenzione comune e crea una delle visioni più strane possibili.

Girato con poco e forse anche meno, è un rario esempio di arte cinematografica, pubblicato in DVD dalla RaroVideo e prossimo ad una ripubblicazione per le sale il 17 Maggio, mentre il 13 Giugno uscirà il suo acclamato La leggenda di Kaspar Hauser.

A noi non resta che decidere se dare a questo cinema italiano la chance che gli spetta. Diverso da quelle produzioni nostrane, tanto da alimentare qualche speranza sull’attesa rivoluzione del cinema italiano, forte e brutale come questi brevi e perfetti 80 minuti di Beket.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

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