La Sfida (Francesco Rosi, 1958)

di Fausto Vernazzani.

Viverla oggi e vederla nel 1958, quando Francesco Rosi girò il suo primo capolavoro La Sfida, sono due cose diverse. A Napoli tutto è cambiato, ma la città è rimasta esattamente la stessa: un terreno di scontro, la frontiera di quartiere. I palazzi sono ancora lì, come delle rovine che ci ricordano come ancora debba essere pulita la ferita di una cultura martoriata dal male esterno e, soprattutto, dalle piaghe aperte dall’interno. La Napoli di Rosi è una Napoli che vive ancora, i cui costumi sono cambiati, forse in peggio addirittura, ma fin troppo simili a quella de La Sfida: una lotta continua.

Vito Polara è il classico piccolo criminale dalla risposta pronta ad ogni difficoltà, quando c’è da sfruttare il debole, non esita a farlo, col beneplacito di chi da lui stesso viene messo sotto le sue scarpe lucide. Al suo servizio ha due scagnozzi, il furbetto Raffaele ed il più rozzo e fedele Gennaro, due omuncoli che gli fan capire come l’oro lo si possa trovare anche nelle zucchine e nei pomodori arrivando a gestire il mercato rionale ortofrutticolo. Un mercato già sotto il controllo del Mammasantissima Salvatore Ajello, un Boss della campagna che controlla tutti i terreni, eccetto uno, ceduto per grazia a Vito.

Suso Cecchi D’Amico, Enzo Provenzale e Francesco Rosi scrivono una storia su come l’individuo è destinato a campare solo se decide di non essere più tale: Vito Polara è astuto, ha coraggio ed è ancora giovane per ammazzare i polpi appena pescati con i suoi denti, ma troppo giovane per capire che contro la Camorra (nome fatto una sola volta per tutto il film) non ci si mettono gli uomini, ma solo i cadaveri. La Sfida è un film doloroso come l’assistere ad una vivisezione, Napoli è aperta nel ventre, le sue viscere usate come una sfera di cristallo per vedere il presente, il 1958, ed un futuro gemello.

L’uomo è un pezzo di comunità, una fetta tagliata via col coltello e che mai più potrà riagganciarsi, a rimanere sul piatto è solo colui che sa dove metter bocca, il solo che può sperar di sopravvivere, e l’omuncolo Gennaro nel silenzio dell’immagine carpisce il messaggio. La regia di Rosi afferra pezzo per pezzo i passi degli uomini, individui se contro (pur volendone esser parte), un unicum mostruoso se vicino alla “famiglia”, dietro le sbarre o la grata fino a quando il momento di rivelarsi per ciò che è non arriva, in un finale raccapricciante dove l’innocente Napoli strilla e strepita, succube del dolore che causa a se stessa: la seducente seduttrice Assunta, perfetta Rosanna Schiaffino.

Ovvio che un film del genere faccia ancor più male a chi Napoli la vede prima ancor di aprire gli occhi, ma è l’opera di un maestro saldo come una colonna di marmo, deciso sin dalla prima inquadratura a dare al suo film un’impronta precisa, una ed una soltanto. Al suo scopo calza a pennello lo spagnolo José Suárez nel ruolo di Vito, così come anche Nino Vingelli, il suo braccio destro Gennaro, unica figura con cui lo spettatore può sentirsi immedesimato, una sensazione che presto ci si vorrebbe togliere di dosso come polvere da un vestito. Ma a compiere il gesto finale di assoluta maestria è il migliore di tutti gli italiani, Gianni Di Venanzo, la cui fotografia è nitida a sufficienza da far percepire tutte le sfumature dei colori pur avendone solo due a disposizione.

2 pensieri su “La Sfida (Francesco Rosi, 1958)

  1. bellissima recensione che va oltre alla descrizione di un grandissimo film,debutto folgorante..che se poi penso alle Mani sulla Città,ma ti rendi conto che sommi maestri avevamo e che cinema coraggioso?

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    1. Per me Francesco Rosi è sinonimo di coraggio! L’Italia ha avuto il solo e unico cinema politico, nessuno ha mai più avuto le “sfere” per dire le cose come stanno! Era un paese piccolo fuori, ma grande dentro!

      Fausto

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