Verso la gioia (Ingmar Bergman, 1949)

Verso la gioia: l’inno tragico di Bergman – di Francesca Fichera.

Non v’è probabilmente un solo film nella filmografia di Ingmar Bergman che non rechi entro di sé un senso di bellezza che stravolge, un’universalità di significato che turba e sconquassa, al di là delle (pur sottovalutate) possibilità di catarsi che ogni forma d’arte, Cinema compreso, include.

PersonaIl settimo sigilloIl voltoIl posto delle fragole hanno fatto, scritto e marchiato il suo nome nella memoria collettiva della cinephilia, e non solamente qui. Ma basta prendere un altro titolo, sceglierlo come fa il dito scorrendo sopra i dorsi dei libri sistemati sugli scaffali, per rivivere ancora tutta l’estasi derivata dalla sua irraggiungibile capacità di narrare.

Succede questo anche con Verso la gioia, capolavoro classe 1949, vero e proprio inno alla musica della vita e alla vitalità della musica, straordinaria commistione di passionalità e rassegnazione, speranza e arrendevolezza, raziocinio e pulsione. Raro esempio di equilibrio delle parti di un discorso che, in una maniera capace di andare oltre l’umano, nasce già pronto nella mente del suo autore, come Atena con Zeus.

Verso la gioia
Maj-Britt Nilsson e Stig Olin in una scena di “Verso la gioia”

Una storia d’amore 

Ad un primo sguardo, e per dare un aiuto a dizionari e manuali, Verso la gioia potrebbe essere classificato come una storia d’amore: inusuale per il Cinema – e per tutte quelle narrazioni che, con esso, hanno contribuito a cristallizzarne il mito in una sola, fitzgeraldiana veste. Insolita perché reale. Marta (Maj-Britt Nilsson, pura e semplicissima) e Stig (Stig Olin, vero e drammatico) sono due violinisti che si ritrovano, si avvicinano e si innamorano.

La prima, come Ennio Flaiano, vive “con i piedi saldamente piantati sulle nuvole”; il secondo, rincorrendo l’ideale fomentato dalla sua cieca ambizione, ha finito col perdere tanto il senso del reale quanto quello, indispensabile a quest’ultimo, del sognare.

Un uomo che a 25 anni è impregnato dell’ansia di essere qualcuno al punto dall’essere quel nessuno che è. Ed è già qui che esplode tutta la potenza della scrittura sapiente di Ingmar Bergman; precisa come l’abito tessuto su misura dal sarto più abile, dove ogni porzione di stoffa è essenziale al tutto, perché basta un unico difetto a rovinarlo, un solo nodo ad inceppare la sequenza di tutte le altre cuciture.

Armonie e disarmonie dell’esistenza

Bergman ci presenta con forza i suoi modelli, personaggi all’apparenza rigidi, severamente inseriti in una griglia e, paradossalmente, già esposti alla contraddizione. Della vita raccontata ma, soprattutto, vissuta. Chirurgia anatomica dell’imperfezione umana, soprattutto laddove sussiste la ricerca affannosa di una disumana ed inesistente perfezione, Verso la gioia decodifica e accetta i difetti assoluti di noi esseri pensanti con un sentimento simile alla disillusione che genera, al contrario, un’inaspettata voglia d’esistere.

L’amore scorre in superficie ma anche sul fondo, attraverso la musica divina di Beethoven e quell’intuizione – di cui è stato tuttavia capace un uomo – che la vera gioia vada “oltre il dolore e la disperazione, al di là della comprensione“.

E che sta tutta nella Sinfonia Nona e, ancor prima, nel “Muß es sein” (“Dev’essere“) del Quartetto per archi n. 16 in Fa maggiore. Sta in Stig, nel suo cambiamento, nell’inversa metamorfosi kafkiana da mostro a persona ottenuta grazie ad ogni sbaglio, ad ogni nota stonata o accordo mal preso.

Ma quando il lungo flashback è finito, può essere troppo tardi. E allora non resta che andare verso la gioia e al di là dei suoi confini. Ricordando la singolarità delle note e restituendola all’armonia della partitura, secondo i dettami di quella crudele matematica esistenziale che è, tuttavia, tutto ciò che resta: a Stig il violinista e a noi. Il nostro comune denominatore.
Beethoven e Bergman sono riusciti a calcolarlo.

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