Freakbeat (Luca Pastore, 2011)

di Francesca Fichera.

Ormai è un fatto: il documentario è un genere che sta assottigliando i suoi confini. Una zona del Cinema che presta il suo terreno fertile al rigoglio della sperimentazione ed alle sue conseguenti metamorfosi. E di esempi del caso fortunatamente se ne contano in ragionevole numero; a cominciare – e per citarne solo un paio – dai lungometraggi di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, Il Castello Materia Oscuraper continuare con un film come Freakbeat. Prova lampante dell’originalità interpretativa e linguistica con cui è possibile aderire alla forma narrativa del documentario, il più delle volte rimasta invischiata nella trappola di stilemi votati alla rigidità e all’aridità, l’opera di Luca Pastore trova un modo nuovo, personale e soprattutto giusto, di dire ciò che ha da dire.

La sfida – a nostro giudizio vinta – consiste nel saper porgere un contenuto dall’appeal “non automatico”, un tema non facilmente accessibile o che possa esulare dal gusto e dagli interessi comuni, in maniera coinvolgente. Per farlo, Freakbeat utilizza un pretesto: il ritrovamento di una registrazione leggendaria sul cui nastro sarebbero rimaste impresse voci e note di una session dell’Equipe 84 con Jimi Hendrix, scampolo degli anni più caldi del fenomeno ‘Beat‘ in Italia. A dare il la alla ricerca è lo svaporatissimo personaggio di Roberto Freak Antoni (ex leader degli Skiantos) che, insieme con la figlia adolescente, s’impegna ostinatamente a ripercorrere le “strade secondarie” della Storia, musicale e – ma è una precisazione quasi scontata – sociale.

Il viaggio a ritroso, sulle ruote (come da copione) di quel furgone Wolkswagen che tutti un po’ sogniamo, si svolge attraverso l’alternanza continua di due tempi, il presente e il passato, il bianco e nero e i colori – spesso alterati da un voluto omaggio alla psichedelia. Il risultato di questo dialogo generazionale, che si fa dialettica pur mantenendosi nella sfera della leggerezza e del non prendersi troppo sul serio, è la risposta, o la serie di risposte, che lo spettatore potrà portarsi dentro al termine della visione. Un modo alternativo di riproporre il postulato dell’inconsistenza della meta rispetto al percorso. Perché in Freakbeat la leggenda (il “Sacro Graal” del Beat) rappresenta solo una ragione come tante per (ri)conoscere volti, ammirare paesaggi, ascoltare voci di un tempo altro, su cui il presente ha imposto le sue diverse – e talvolta opprimenti – sedimentazioni. Ma del quale, nonostante tutto, non cessa di risuonare l’eco musicale – con le canzoni dell’Equipe, di Caterina Caselli, de I Corvi, tappeto sonoro derivato da una “persistenza della memoria” che ridiventa attuale proprio grazie all’esperienza cinematografica.

Freakbeat
Roberto Freak Antoni in “Freakbeat”

Inevitabile, insomma, ritrovarsi a canticchiare “29 settembre” dopo aver guardato il film di Pastore. Ma a rimanere in testa, oltre alla musica, c’è anche e soprattutto la scrittura: che s’è già detta originale, e non soltanto per la struttura che riesce a mettere in piedi, alla consecutio del racconto. Del soggetto di Pastore, sviluppato insieme con Claudio Piersanti, colpisce più di tutto l’estrema libertà delle parole, la ribellione del pensiero tradotta in una prosa ampiamente cosparsa di poesia. Una poesia spontanea e priva di ricercatezza, testimonianza concreta di un atteggiamento antico, in disuso, conservato in cantina, ma a cui ancora non si vuole rinunciare. Quel “costruire senza scendere a compromessi, come distruggere senza scendere a compromessi” che muoveva dal profondo la gioventù dei ‘beatnik’. Che spingeva a una diversità ragionata, non ereditata – e quindi presunta. E che si intravede ancora, fra un campo e l’altro dell’Emilia, negli angoli nascosti delle sue città, polvere e nebbia di sottilissima nostalgia.

2 pensieri su “Freakbeat (Luca Pastore, 2011)

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