Il regno delle carte

ROMA2012: Il regno delle carte (Q, 2012)

Dentro il regno delle carte – di Fausto Vernazzani.

La mente è carceriera: si dipende da una storia che ossessiona, si dipende da un diritto di nascita non desiderato, è la mente che costringe l’uomo e la sua essenza a chiudersi nei confini di ciò che si dovrebbe essere. Raccontare e distruggere le barriere è l’unico modo per evolvere e far crescere chi ci circonda.

Un principe è chiuso nel palazzo tra buon cibo e donne, imprigionato nella mente d’un cantastorie che non conosce altro racconto da poter declamare alla gente: è la novella de Il regno di carte, racconto di crescita e di castelli di carta che crolla su se stesso, racconto di mondi che nascono dal pensiero e col pensiero si distaccano.

Tutto si può abbattere quando le ragioni son sottili e vuote come carte da gioco: è questo il film del regista indiano Q, tratto dal dramma musicale di Rabindranath Tagore.

Girato in 25 giorni sulle spiagge dello Sri Lanka e tra le rovine del Bengali dove sorgono le maestose rovine del palazzo del principe, Tasher Desh (titolo originale) è un capolavoro di rara bellezza e raffinatezza, vero simbolo della sezione cinemaXXI.

Q può diventare il regista simbolo del cinema del XXI secolo, con le sue idee, con la sua fusione di stili e con i brividi di grande cinematografia classica inseriti in un vortice d’innovazione. Si passa dal bianco e nero che già fu per il suo precedente ed introvabile Gandu (un rap musical), ai colori sgargianti della storia reale, dalla fotografia (interamente firmata da Manu Dacosse) realista delle rovine gloriose ai rossi e neri del mondo dove vivono gli uomini di ‘carta’: le picche, i quadri, i cuori e i fiori. Sono uomini e donne, attori eccezionali che recitano come fossero in un’opera di teatro contemporaneo. È la regia di Q a rendere tutto diverso, movimentato, emozione pura, Cinema.

È l’oracolo a convincere il principe ad uscire dalla prigione dalla sua mente, un drastico cambio di programma per Il regno delle carte, che unisce scene musicali a sequenze da videoclip, nessun ballo come la “tradizione” filmica indiana dominante vorrebbe, ma coreografie estremamente precise che mettono lo spettatore davanti ad un bivio: stanno improvvisando o è tutto deciso già da prima?

Qualunque di queste sia la risposta, Q dimostra di conoscere le regole del cinema in ogni più piccolo particolare, come un Mirò dei tempi che furono, capace tanto d’essere un maestro del disegno classico che nel surrealismo che lo ha reso famoso per il grande artista che ricordiamo. Allo stesso modo quest’indiano ignoto fino ad oggi, destino che continuerà a tormentarlo (e a privarci d’un nuovo Grande del Cinema), trovato dalla produttrice Celine Loop e capace d’eccellere anche in condizioni low budget pur avendo immaginato e realizzato un film nel suo piccolo maestoso.

Gioia dunque per Il regno delle carte, uno dei film migliori visto fino ad oggi qui al Festival Internazionale del Film di Roma, il migliore della sezione cinemaXXI in cui concorre. Duro da sopportare, difficile da digerire in molti momenti, ma le vere sfide vengono dai lavori difficili se si ha voglia di capirli e viverli per quello che vogliono essere.

Momenti di puro cinema, cinema del futuro, quello che vorremmo vedere prevalere, simbolo del nuovo che tanto farebbe bisogno al mondo intero, perché si deve capire che le barriere vanno abbattute e spazio va lasciato alle nuove possibilità e ricerche.

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