ROMA2012: Spose celesti dei Mari delle pianure (Aleksey Fedorchenko, 2012)

Sui passi delle spose celesti dei Mari delle pianure – di Fausto Vernazzani.

Ci son tanti Mari da solcare in questo mondo, ma non tutti lasciano che le onde assassine delle culture occidentali li travolgano: si rifiutarono i Mari delle pianure, i Mari delle montagne ed i Mari orientali. La cristianizzazione incombeva su di loro, uno tsunami infernale cercava di mandare in paradiso la fervida cultura pagana che contraddistingue un popolo che ora abita le altitudini degli Urali dopo aver abbandonato le piane su cui un tempo vivevano.

Una cultura viva ancora oggi, in particolare quella dei Mari orientali, fieri della loro cultura e di tutte le loro superstizioni: non offendere la betulla, attenti ad Ovda, la gigante dei boschi, guardatevi le spalle dietro cui i morti camminano su comando dei vivi. Di questo popolo vediamo una fetta, quella femminile, ventitré episodi con ventitré donne protagoniste, tutte con un nome che inizia per O. Un dettaglio insignificante, o forse pieno di senso, chi lo sa, ma ciò che conta è l’imponente poesia.

Spose celesti dei Mari della pianura è ad oggi il miglior film in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, insieme di episodi che vanno dal dramma alla commedia, dal grottesco al thriller. È l’incanto delle amanti del vento che alzano la gonna per offrirsi alla brezza che smuove l’erba, di donne che per accontentare i morti ballano una danza angosciante mentre i fantasmi dalle sembianze dei vivi le ricoprono di kissel (una zuppa di frutta).

Ci si disgusta e ci si eccita per queste donne dal fascino lontano, esotiche e dagli occhi penetranti, un ensemble che mai s’incontra ma sempre soddisfa con la perfezione della loro interpretazione. Un merito che non si può strappare di mano al regista russo Aleksey Fedorchenko, già vincitore del premio della critica per Silent Souls al Festival di Venezia e da poco distribuito in copie limitate in Italia.

A contribuire è il lavoro di composizione di Shandor Berkeshy che ci affascina sin dall’inizio, con un primo episodio che ci introduce in una storia che non ci aspettavamo, quella di una donna gravida che sol dicendo “polenta di corvo” al marito, mentre lo tocca col proprio pettine, riesce a stenderlo a terra di fronte allo stupore della platea intera.

È in quel momento che si capisce di fronte a cosa si è, che Spose celesti rappresenta un film che pone l’uomo in secondo piano per farci sognare i colori delle case rosse e blu, vitali e vivaci come queste donne desiderose d’amore carnale e di spirito, forti della loro tradizione che trova molte delle sue spiegazioni all’interno d’un boschetto dove candele vengono accese su forme di pane offerte per avere il favore delle creature sovrannaturali.

Sublime e poetico, Spose celesti è una perla di rara bellezza come molti angoli del mondo possono essere, esattamente come i mari di neve che coprono gli Urali abitati dai Mari, sprazzi di esistenza di cui nulla si sa perché si è dimenticato.

Non c’è tuttavia l’intenzione di esprimere il dramma della scomparsa di queste tradizioni e di questi luoghi, ma solo la volontà di mostrare – come le basi del Cinema vogliono – qualcosa che ha impressionato il regista, ed ora anche noi. Applausi.

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