ROMA7: Marfa Girl (Larry Clark, 2012)

L’estenuante Marfa Girl – di Fausto Vernazzani.

La scena indipendente del cinema degli Stati Uniti d’America non è più quella di una volta, ma continua ad esistere, evolvendosi e facendosi amare com’è capitato ad Harmony Korine alla scorsa edizione del Festival di Venezia, altre volte scomparendo nel buio della staticità. Esemplare di questa categoria è il Larry Clark di Marfa Girl.

Cambia lo scenario da quelli che ricordiamo, non c’è più la New York di Kids, ma la Marfa del Texas, al confine con il Messico, dove ispanici e americani si mescolano ad una crescente comunità artistica attratta dalle opere dello scultore minimalista Donald Judd. Tra i tanti pittori e scultori che si aggirano nel piccolo paese di Marfa, c’è la libertina Marfa Girl (Drake Burnette) del titolo, il cui nome non è importante tanto quanto i suoi attributi fisici sfruttati ripetutamente in numerose scene di sesso.

La trama è il classico Clark: il tema centrale è il sesso, una delle poche cose su cui si può davvero volgere il proprio interesse. Adam (Adam Mediano) vive con sua madre, collezionista di uccelli (so a cosa state pensando, ma non è così), e si frequenta con la vicina ventitreenne il cui marito Miguel è in carcere per spaccio, e allo stesso tempo anche con Inez (Mercedes Maxwell), sua coetanea e innamorata.

Un viaggio alla scoperta del sesso, un viaggio seduti sulle sabbie e sul terriccio delle strade sterrate adiacenti a Marfa, una storia di coming of age in cui Adam impara come render felice una donna grazie alla Marfa Girl esperta nel far gioire tutti gli uomini ispanici che trova sulla sua strada. Spietata ed infuocata, colpisce ovunque trova, così come Tom (Jeremy St. James), membro della polizia di frontiera e razzista sfegatato, sferra la sua rabbia ed il suo disagio contro Adam e sua madre, puntando ad infilarsi nel suo letto con modi da sociopatico.

La sala è triste, cespugli mobili rotolano nel silenzio di una platea perplessa alla proiezione stampa del Festival Internazionale del Film di Roma, da cui poco a poco la gente fugge, lasciando il pubblico decimato a soffrire per il tripudio di scene d’amore e penetrazioni varie in contrapposizione all’amore ‘dolce’ dei giovani adolescenti. Una sceneggiatura scritta dallo stesso regista con l’influenza di Gordon Ramsay, visto l’uso eccessivo di fuck e fucking a cui si assiste in svariati momenti del film.

A ben guardarlo, diretto con ben poca maestria nonostante la forte volontà di rappresentare la comunità (che lo ha ispirato ad iniziare la produzione di Marfa Girl 2 e 3), sembra l’opera svogliata d’un regista che dovrebbe scegliere la pensione o continuare a svolgere altri mestieri per cui potrebbe risultare più adatto (il fotografo ad esempio).

Una proiezione ch’è un continuo fastidio, inondata dai rumori di lingue che si aggrovigliano e di discorsi sul clitoride e pratiche di sesso orale, materia esposta con banalità estrema, al punto da suscitare rabbia nello spettatore incapace di reggere il buio totale che avvolge Marfa Girl. Nulla aggiunge e nulla toglie, a parte il tempo.

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