Dolls (Takeshi Kitano, 2002)

di Francesca Fichera.

Quello che  Takeshi Kitano mette in scena con Dolls è un triplice dramma plasmato dal Bunraku, forma teatrale del Seicento basata su un particolare gioco di marionette e modulazioni vocali. Un’introduzione letterale che, allo spettatore dallo sguardo più lungo, fungerà da guida per percorrere l’intricato labirinto di metafore e immagini costituente il film, una delle opere più “estetizzanti” composte dal regista nipponico. Ma anche una delle più assolutamente belle.

Dai lamenti iniziali della “recita nella recita” prende forma il pianto più straziante: quello del silenzio. Poche sono le parole che Kitano usa per raccontare Dolls, vicenda in tre parti tenute insieme, anche fisicamente, da un filo rosso che striscia sul terreno. Prima ci sono gli amanti, erti a simbolo (e a ricordo, perché difficile è dimenticare le loro sagome fra gli alberi) della storia, lei folle e lui colpevole, ma risoluti nella – all’apparenza meccanica – ricerca di qualcosa che li salvi; poi c’è lo Yakuza-man, figura cara al regista giapponese, ritornato sui suoi passi di gioventù per ricongiungersi alla donna da lui abbandonata; e infine il fanatico, ammiratore e devoto di una nota cantante pop, rimasta sfigurata in seguito ad un incidente d’auto, che s’acceca pur di non accusare il colpo inferto dai cambiamenti della sorte.

Al classico connubio Amore-Morte, tre volte allegorizzato, viene aggiunto un terzo, fondamentale tema: la Natura, che accoglie e insieme condanna coloro che l’hanno rinnegata in nome delle proprie ambizioni, dei propri ciechi desideri materiali. L’accusa silente mossa da Kitano alle bambole del suo teatrino – agli uomini in primis, e poi alle donne che ne vogliono essere vittima – si estende così, fatalmente, all’intera società giapponese, manovrata come un pupo dal mito occidentale, per il quale ha rinunciato al rispetto verso la propria identità. E, di conseguenza, alla sua stessa vita.

Esiste perciò un solo, tragico epilogo, per la messinscena e per ciò che rappresenta, mentre tutto il ridicolo brillare del mondo dell’Ovest compie la sua parata di trionfo, comunque incomparabile alla bellezza di ciò che ancora, negli angoli, resta incontaminato. E che vince nel cuore di chi narra, lasciando tuttavia posto alla disperazione, concretizzata in un modo di guardare sempre più distaccato, che lascia le dolls immerse nel vivido alternarsi delle stagioni – fotografato da Katsumi Yanagijima – e nel malinconico tappeto musicale di Joe Hisaishi. Mentre il passato precipita scricchiolando appena, come piedi sulla neve.

 

 

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2 pensieri su “Dolls (Takeshi Kitano, 2002)

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